mercoledì 12 giugno 2019

Pic di Jack Kerouac - Appunti di una lettrice


Pic. 
Solo il suono di questa parola arriva leggero e simpatico alle orecchie.
Un libro dolcissimo. Divertente. 
Non avevo ancora letto nulla di Kerouac. Gli autori della Beat Generation americana non mi hanno mai attirato. Però ho deciso di iniziare con questo volumetto che vi consiglio.
Parla del piccolo Pic, un bambino di colore cresciuto con il nonno nelle campagne del North Carolina. La madre è morta e il padre, accusato di omicidio, non è più tornato a casa. Vive con il nonno. Mangiano poco, dormono nello stesso letto. Una vita di stenti ma Pic è felice:

"L'interno della casa era pulito come una pannocchia di granturco secco, e altrettanto crocchiante e piacevole sotto i miei piedi nudi come sotto i vostri se poteste provare. Il nonno e io dormiamo nel lettone cigolante e abbiamo tanto spazio, è grandissimo. Il cane dorme sulla porta. (...)
Be' laggiù c'è la bottega di Mr Dunaston all'incrocio, e poi le pinete con il vecchio corvo che si posa ogni mattina sul ramo a fare cra-a-cra-a-c, battendo le ali, e io faccio cra-cra-cra-cra proprio come lui, e scoppio a ridere, ogni mattina, hi-hi-hi, mi fa il solletico" (p.9)

La perla del testo è la voce narrante. La voce di Pic, che ci offre la sua versione ingenua, fresca e diretta degli eventi. 
Quando il nonno si ammala gravemente è costretto a vivere per qualche tempo dalla zia Gastonia in una casa già affollata da dodici persone.

"Zia Gastonia dice che mi sono ammalato e ho perso cinque chili, io mi sentivo uno straccio , e me ne stavo tutto il giorno steso nella polvere. (...) Zia Gastonia, il problema non era lei, era nonno Jelkey, e zio Simeon, e tutti i bambini che mi gettano addosso la sabbia. E nessuno che mi porti a trovare il nonno in ospedale" (p.15).

Lo sguardo di Pic, come chiave di lettura del mondo, permette all'autore di utilizzare uno stile "sgrammaticato" in cui l'uso dei tempi verbali non segue le regole della consecutio, in cui abbondano termini onomatopeici e colloquiali. Inoltre da un certo momento in avanti il protagonista racconta i fatti come se si stesse rivolgendo al nonno, come se volesse renderlo partecipe delle sua avventure. Il lettore non può fare a meno di provare un moto di commozione verso questo legame così profondo anche se mai esplicitato.
Pic non riflette in maniera complessa; nonostante questo cogliamo tante sfumature drammatiche della sua esistenza. 

Il suo essere nero:
"Dicevano che ero il più scuro e il più nero che avesse mai messo piede in quella scuola. Io questo già lo sapevo, perché ho visto ragazzi bianchi in casa mia, e ho visto ragazzi rosa, e ho visto ragazzi blu, e ho visto ragazzi verdi, e ho visto ragazzi arancioni, e anche neri, ma uno nero come me non l'ho mai visto (...) Un giorno due ragazzi bianchi passarono di lì e dissero che ero incredibilmente nero anche per essere un nero. Be', io risposi che questo lo sapevo benissimo. Mi dissero che ero troppo piccolo per fare quello che volevano fare, non ricordo più cosa, e io gli dissi che la rana che teneva in mano era davvero splendida".(p. 8)

I genitori:
"Ometto mio, tuo padre era un pazzo e un uomo cattivo, ecco cos'era, o è, vivo o morto che sia e dovunque si trovi stanotte. Tua madre è morta da un pezzo, povera anima, e nessuno si è mai sognato di incolparla se è impazzita ed è morta in quel modo. Ragazzo - mi dice mio fratello, e si gira verso di me - tu e io veniamo dal buio - Ed era proprio triste quando lo disse" (p. 33)

L'indigenza:
"Spense il disco, e si guardò intorno nella cucina, e si mise a camminare su e giù, tutto preoccupato. Allora capii che in passato si era già preoccupato di un sacco di cose. Aveva la faccia lunga e gli occhi fissi davanti a sé e le ossa della faccia spuntavano dalle guance e lo facevano sembrare vecchio. Povero Slim, penso sempre a quella faccia quando lo ricordo ora."(p. 49)

La figura del fratello Slim è dipinta magnificamente. Arriva a sorpresa a casa della zia per prendere con sé Pic e portarlo a New York dove vive con la moglie Sheila.
Suona il sax fino a perdere il fiato. Non ha un lavoro e per questo, alla fine della storia, si trasferirà con Pic e la moglie in California. Non può permettersi né scarpe né vestiti nuovi né treni per viaggiare ma ha un entusiasmo contagioso, un amore per la vita e una fede in Dio che lo sostengono nei momenti più difficili.

"Un giorno, nonno, farò un mucchio di soldi per te e per me, ma me la spasserò come Slim se la spassava senza soldi e farò in modo di essere un uomo felice" (p.79)

L'edizione Oscar Mondadori del 2015 ha scelto un'immagine di copertina che trovo significativa. Raffigura un bambino bianco, ben vestito, con un bel gelato in mano, davanti ad un negozio di accessori per la casa e con una macchina rossa in vista. Emblema del consumismo americano. 
A pugni con la storia raccontata, con i suoi protagonisti, che però lasciano trapelare più di chiunque altro gioia e gratitudine per le piccole cose.

"Sai nonno, la vita è triste, e poi è felice, e va avanti così fino alla morte, e chissà perché, e non c'è nessuno a cui chiedere tranne Dio, e Lui non risponde mai, vero? e nonno, Slim e Sheila erano così belli quella sera che io sapevo che Dio era dalla loro parte, e Lo ringraziai. Non è giusto, nonno, pregare quando sei felice e riconoscente come ero io allora? Be', io lo feci" (p. 58)




martedì 4 giugno 2019

Cattedrale - Appunti di una Lettrice


"Il romanzo è una storia d amore, il racconto è la passione di una notte”

Non è facile scrivere racconti. 
Non è facile trovare un editore che li pubblichi. I racconti vendono meno dei romanzi.
Ce lo confermava già Ammaniti ricordando quando si presentò in Mondadori con i racconti di Fango sottobraccio, sentendosi dare picche da Gian Arturo Ferrari: “Lasciamo perdere, il momento è delicato”. I racconti non tirano.

Eppure il racconto, quando è scritto bene, è una piccola perla letteraria. 
In poche pagine è capace di far sognare la mente e condurla ad immaginare altri scenari, oltre le righe. 
Il racconto condensa. È circoscritto ad un episodio. 
Sta al lettore fare il salto. 
Sta all’autore fare la scelta del momento preciso da incorniciare.

Di Carver ti innamori a prima vista. O meglio a prima parola.
Inizia così :
“Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena”.

Il primo aggettivo: “Questo”.
Sembra che il protagonista del racconto stia parlando proprio a te. 
Come se avesse appena ripreso un discorso interrotto. Come se ci fosse un “prima” nella scena. Come se davvero tu e lui foste in confidenza.

Cattedrale contiene dodici racconti che non ti dicono nulla di particolare. Non ci sono eventi eclatanti.
Non accade niente. 
I fatti significativi sono spesso già avvenuti o devono ancora accadere.
Non trovi i momenti topici. Puoi solo dedurli. 
Carver ritrae la banalità. Un ritaglio quotidiano. 
Il lettore entra in punta di piedi nella scena. La vede srotolarsi.
Carver si occupa delle pieghe che stanno accanto agli eventi decisivi. Quei frammenti non degni di nota. Li coglie, li raccoglie e li rende letteratura.
Intuisce che è lì che scorre la vita vera. Non agli apici o ai picchi infimi. Nel mezzo. Nel moto ondoso.
Quando leggi Carver hai la vita davanti a te.

Nel primo racconto, ad esempio, viene ricordato  l'invito a cena da parte di una coppia di amici, Bud, appunto, e la moglie Olla. Il protagonista descrive la serata nella sua normalità. 
Vi è mai capitato di uscire con una coppia di conoscenti e osservare dall'esterno le loro dinamiche? 
Probabilmente lo avete fatto un mucchio di volte. Io spessissimo.
Ecco, qui si snoda la trama di Carver. 
Questo confronto relazionale fa nascere nella moglie del protagonista il desiderio di un figlio.

“In seguito quando le cose tra noi sono cambiate ed è arrivato nostro figlio, insomma tutta quella storia, Fran considerava quella serata a casa di Bud come l'inizio del cambiamento. Ma si sbaglia. Il cambiamento è avvenuto più tardi; e quando è successo era come se stesse succedendo ad altri, non come qualcosa che poteva succedere a noi. (...)
Fran non lavora più al caseificio ed è ormai parecchio che si è tagliata i capelli. Mi si è pure ingrassata, oltretutto. Non ne parliamo mica. Che c’è da dire?”

Poco oltre si conclude il racconto. Tutta quella storia non viene mostrata. Sta racchiusa lì.
Il tono è semplice, diretto e sommesso come il suo incipit. Eppure tra le righe è trascorsa una tragedia. 
La fine di un amore. 
Carver però non parla di amore, non direttamente. Lo lascia emergere a poco a poco nella tensione delle parole.

Molto bello, al riguardo, un altro racconto in cui due coniugi vivono separati e stanno ponendo fine alla relazione. 
Lui ha problemi con l'alcool e sta aspettando la donna per parlare di divorzio, di faccende finanziarie, di futuro. Ma ha un blocco di cerume nell’orecchio. 
Quando l'ex compagna arriva può solo aiutarlo con olio caldo e cotton fioc a stappare il cerume. Tutto qui. Non affrontano il loro amore perduto né la serietà della situazione.
Nella banalità sconcertante dell'episodio si nasconde però il sentimento concreto fatto di piccole cure reciproche.

Sono i piccoli appigli che permettono di andare avanti anche nel lutto, nella tragedia. I minimi contatti umani che nella loro banalità e imprevedibilità sono i motori del nostro agire.
C'è un eco di speranza, in sottofondo. Si fa fatica a sentirlo. Ma c'è.
La speranza che la condivisione umana possa salvarci. Che le relazioni possano essere l'ancora di salvezza in mezzo alla tempesta.

Come nell'ultimo racconto che dà il titolo al libro, in cui il protagonista è costretto a ospitare a casa un cieco, amico della moglie. In questo incontro, non voluto e preventivamente demonizzato, si lascia coinvolgere in un'esperienza inaspettata: disegnare una cattedrale medioevale ad occhi chiusi.

"Poi lui ha detto: - Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l'hai fatta, - ha detto. - Da' un po' un'occhiata. Che te ne pare?
Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po'. Mi pareva una cosa che dovevo fare.
- Allora? - ha chiesto. - La stai guardando?
Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente.
- é proprio fantastica, - ho detto."


Chiudo citando la prefazione di Francesco Piccolo, autore di Momenti di Trascurabile Felicità, che conferma che "i racconti di Carver non vogliono servire a nulla, non si danno nessun altro compito se non quello di dirci le cose come stanno. Che è quello di cui, senza volerlo ammettere, abbiamo profondamente bisogno."


Titolo: Cattedrale
Autore: Raymond Carver
Casa editrice: Einaudi, 2011