giovedì 23 aprile 2020

Ninna Nanna - Appunti di una lettrice


Un titolo dolce e melodioso. 
La ninna nanna, il suono che ci accompagna soavemente nel mondo dei sogni sin dai primi giorni di vita.
O meglio, che dovrebbe accompagnarci. 
Palahniuk in ogni sua scelta si propone di destabilizzare le certezze del lettore, di scardinare i luoghi comuni.
La ninna nanna in questione è un canto di morte su cui il protagonista, Carl Streator, indaga. Sta compiendo un reportage sulle morti in culla e si imbatte nel libro Poesie e Filastrocche da tutto il mondo in cui è contenuta una nenia africana che, se letta ad alta voce, conduce alla morte immediata.
La parola diventa un’arma micidiale. 
Questo è uno dei tanti messaggi in codice lasciati dall’autore in questo romanzo, denso di spunti di riflessione e di analisi ironiche e pungenti sulla società e sull’uomo.

«In un mondo in cui le promesse non hanno valore. In cui si promette solo per poi non mantenere, non sarebbe male veder rinascere il potere della parola»

O ancora:
«Pietre e bastoni ti rompono le ossa, ma attento a quelle cazzo di parole...le parole possono fare un male cane...»

Le parole acquisiscono un potere magico. Chi possiede le parole e la conoscenza ha potere. Il potere di fare molto bene o molto male. 
Palahniuk restituisce al linguaggio la sua ancestrale e misteriosa funzione. Ogni cosa esiste perché siamo in grado di darle un nome. Ciò che non nominiamo ci sfugge per definizione. Ciò che non osiamo nominare è qualcosa che ci fa paura e che non vogliamo nemmeno pensare per evitare che diventi reale.
Ai due estremi vi sono il rumore e il silenzio.
I suoni assordanti riempiono ogni istante della nostra vita. Informazioni strillate, media, volume alto, grida. Coprono la voce della nostra coscienza, si sostituiscono alla nostra forza immaginifica.

«Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio.
Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito. Fa in modo che la tua immaginazione avvizzisca. Finché non diventa utile quanto la tua appendice. Fa in modo di colmare la tua attenzione, sempre e comunque.
Questo significa lasciarsi imboccare, ed è peggio che lasciarsi spiare. Nessuno deve più preoccuparsi di sapere che cosa gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già il mondo. Se tutti quanti ci ritroviamo con l'immaginazione atrofizzata, nessuno costituirà mai una minaccia per il mondo».

Il silenzio invece viene presentato come un dono prezioso. Un momento d'oro da ricercare e coltivare.
Il protagonista si definisce inizialmente come uno spettatore della vita, un giornalista che annota tutti i dettagli e si limita a guardare. Da oltre vent'anni vive solo. Sceglie il modo più facile di rimanere a galla, ovvero osservare senza partecipare.
Questo finché non si imbatte in Helen, Mona e Ostrica, tre “casi umani”. Tre vite spezzate da qualche tragedia che reagiscono al mondo in maniera differente. Da cinici serial killer a ecoterroristi che affermano:

«Quella che noi chiamiamo natura non è che uno dei tanti aspetti della devastazione compiuta quotidianamente dall'uomo. Ogni dente di leone è una bomba atomica innescata. Un agente bioinquinante. Una graziosa calamità gialla.
Il fatto di poter andare tanto a Parigi come a Pechino e di trovarci sempre un Mc Donald's, ecologicamente parlando equivale a diffondere forme di vita in franchising. I posti diventano tutti uguali. Il kudzu, le cozze zebra. Il giacinto d'acqua. Gli storni. I Burger King.
Gli indigeni, tutto ciò che esiste. Scacciato via.
"Alla fine l'unica biodiversità che ci rimarrà" dice, "sarà quella tra la Coca e la Pepsi." »

Insieme a loro Carl riprende a vivere. Si immerge di nuovo nel flusso degli eventi e ne diventa protagonista assoluto, in grado di cambiare le sorti della storia con le proprie scelte. Diventa artefice del proprio destino e di quello dell’intera umanità.
La parola “libertà” diventa oggetto di attenta riflessione:

«Davvero voglio una bella casa, un auto veloce, mille amanti bellissime? Davvero voglio tutto questo? O sono semplicemente addestrato a volerlo?
Davvero tutto questo è meglio di ciò che possiedo già? O sono semplicemente addestrato a essere insoddisfatto? Che io sia vittima di un incantesimo per cui niente è mai abbastanza?»

E l’amore come si coniuga con la libertà? L’autore sembra suggerire una visione senza via d’uscita:
«Ognuno di noi possiede qualcuno, e al tempo stesso è posseduto da qualcun altro»

Palahniuk, come in molti altri suoi romanzi, giunge quasi a proporre una visione nichilista della realtà:
«Se non possediamo il libero arbitrio. Se non sai cos'è che davvero sai. Se non ami chi credi di amare. Cos'è che ti spinge a vivere? Niente»

Il niente però non può essere l’unica via d’uscita. Infatti, nonostante questa forte componente distruttiva, dalle pagine traspare il ruolo principale attribuito ai sentimenti e alla consapevolezza. Il protagonista diventa consapevole che probabilmente è posseduto dall’innamoramento per la sua compagna di viaggio eppure si salva solo quando si lascia andare e sollevare da terra dalla forza di un bacio. Ricomincia a vivere.
Carl diventa consapevole che la libertà possa essere una chimera, che le nostre decisioni siano determinate da input della cultura circostante. Eppure decide di sporcarsi le mani con la realtà. Vuole provare a rendere il mondo migliore.
In fondo «forse non finiamo all'inferno per quello che facciamo. Forse finiamo all'inferno per quello che non facciamo. Per le cose che lasciamo a metà».

martedì 21 gennaio 2020

Il mio Calendario Letterario 2020

Ad ogni mese il suo libro.

Suggerimenti di lettura per il nuovo anno.


Una selezione di 12 libri abbinati al "carattere" del mese. 


Gennaio - Cime Tempestose, E. Bronte

Intenso, profondo, solido e gelido. Proprio come il primo mese dell'anno. 

"Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria"







Febbraio - Nessuno accendeva le lampade, F. Hernandez

Surreale, illogico e sfuggente.

"…a pagare la rata di un cappotto…un po’ deluso dalla vita…attento a non farmi investire… pensavo alla mia stanza…le teste pelate dei gemelli…come polpastrelli…"




Marzo - La Compagnia dei Celestini, S. Benni

Divertente, ironico, esilarante e un po' folle. 

"Le idee sono come le tette: se non sono abbastanza grandi si possono sempre gonfiare"







Aprile - Qualcuno con cui correre,
D. Grossman

Un romanzo di amicizia e coraggio, di forza e dolcezza

"Avrebbe voluto correre sulle montagne intorno e ruggire con tutte le sue forze che stava accadendo, che la sua vita fino a quel momento non era stata altro che un prologo, una sorta di allenamento e che finalmente cominciava ad essere"





Maggio - Orgoglio e Pregiudizio, J. Austen

Elizabeth e Darcy, una storia d'amore senza tempo.

"L'orgoglio si riferisce all'opinione che abbiamo di noi stessi, la vanità a ciò che vorremmo gli altri pensino di noi"






Giugno - Il momento è delicato, N. Ammaniti

Una serie di racconti in stile Ammaniti: leggeri, sconcertanti, grotteschi e taglienti. Perfetti per il sesto mese dell'anno.

"gli esseri umani non sono fatti per mettersi in mostra ma per trovare uno spazio dove vivere in armonia con il cielo e la terra"


Luglio - Un mese con Montalbano, A. Camilleri.

Quale lettura migliore per cominciare l'estate? Immergersi nella Sicilia di Salvo Montalbano e lasciarsi accompagnare negli abissi dell'umanità

"Si dice che in punto di morte un omo veda scorrere velocemente la vita passata ed abbia un qualche pinsero non terreno. Tutto quello che a Montalbano venne in mente fu: Ora questi m'ammazzano e addio polipetti"




Agosto - Cent'anni di solitudine, G. Garcia Marquez.

Come sprofondare in un sogno.

"In fin dei conti tutta la vita era stata per lei come se stesse piovendo"





Settembre - Siddharta, H. Hesse

Il mese dei bilanci e dei nuovi propositi non può che prevedere la lettura di un romanzo che fa riflettere ed apre la mente a nuovi orizzonti.

"Anche questo ho imparato dal fiume: tutto torna"









Ottobre - Romanzi, A. Tabucchi

Per i nati nel mese di Ottobre niente di più azzeccato di questa lettura. 


"ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà"





Novembre - I fiori del male, C. Baudelaire

Poesia romantica, atmosfera cupa e maledetta, tormento ed esotismo. Un capolavoro letterario.

"Sono la piaga e il coltello
lo schiaffo e la guancia
le membra e la ruota
la vittima e il carnefice"





Dicembre - Delitto e Castigo, F. Dostoevskij

Toccate il fondo dell'anima e risalite leggeri.

"Le piccole cose hanno la loro importanza: è sempre per le piccole cose che ci si perde"






lunedì 6 gennaio 2020

Il Simpatizzante - Appunti di una Lettrice

"Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse (...)"

L'incipit del romanzo anticipa il fil rouge dell'intera narrazione: la doppiezza.
Sottile ma innegabile. Chiara ma complessa. Benedizione e condanna.
L'eroe, che è al contempo un antieroe destinato al fallimento, è condannato sin dalla nascita ad avere due volti, due radici: è figlio di una giovane donna vietnamita e di un prete francese inviato nelle colonie orientali a predicare il Vangelo. Un meticcio sulla cui pelle brucerà sin dall'infanzia questa origine mista che lo farà sentire straniero in patria e all'estero.
Fervente sostenitore dell'ideale comunista che anima il Nord del Paese, vive a Saigon alle dipendenze del Generale, capo della Polizia Nazionale del Vietnam del Sud.
Uomo di fiducia e spia dei Vietcong che nell'aprile del 1975 sono ormai riusciti a stremare la controffensiva americana e si accingono a conquistare il potere.
Il protagonista, chiamato solo Capitano per tutta la durata del racconto, segue la famiglia del generale negli USA. A questo punto l'autore ci offre un'approfondito scorcio dell vita dei boat people, profughi di guerra costretti ad abbandonare la propria terra ed emigrare. L'incontro, o scontro, tra Oriente e Occidente.

"Molti di loro avevano comandato batterie di artiglieri o battaglioni di fanteria, ma ora non possedevano niente di più pericoloso del loro orgoglio, della loro alitosi e delle chiavi della macchina, sempre che ne avessero una.(...) Marcivano nell'aria stantia e polverosa degli appartamenti forniti dal governo, mentre i loro testicoli avizzivano ogni giorno di più, consumati dalla metastasi di un cancro che si chiamava assimilazione, e facili vittime dell'ipocondria dell'esilio. I figli non rispondevano nella loro lingua natia, ma in un idioma straniero che parlavano molto meglio dei rispettivi genitori. Quanto alle mogli erano state quasi tutte costrette a trovarsi un lavoro, e non avevano più niente in comune con i seducenti fiori di loto che i loro uomini ricordavano di aver conosciuto."

Tra le pagine del romanzo assistiamo anche ad un confronto, lucido e magistrale, tra l'ideale capitalista e quello comunista. Il punto di vista è apparentemente quello di un militante imbevuto di idee marxiste. Tuttavia è impossibile non cogliere la "simpatia" per parte della cultura americana, prima fra tutte per la musica e la letteratura. Così come è latente il dubbio per la fondatezza del proprio Credo politico.

"Noi marxisti crediamo che il capitalismo generi dal proprio interno le contraddizioni che porteranno al suo crollo, ma che questo accadrà solo se gli uomini decideranno di agire. Non era però solo il capitalismo a essere una fucina di contraddizioni. Come aveva detto Hegel la tragedia non era un conflitto tra bene e male ma tra due diversi tipi di bene, un dilemma al quale tutti noi che volevamo partecipare alla storia non potevamo sottrarci".

Il dilemma sul bene accompagna il lettore costantemente. Cosa è Bene? Uccidere il nemico è consentito? E se fosse innocente? Assistere ad un crimine rende complici? La rivoluzione può portare realmente ad un miglioramento sociale e a una liberazione o è un miraggio che, una volta raggiunto, mostra di nuovo il suo volto sanguinoso e oppressore?
Sono interrogativi che non trovano subito una risposta ma che delineano un'immagine della realtà ambivalente, ottenuta da un sapiente dosaggio di chiaroscuri.
La capacità del protagonista di cogliere due prospettive in antitesi diventa fonte inesauribile di scavo nella coscienza.
Anche tutti gli altri personaggi che costellano il testo sono tratteggiati magnificamente attraverso gesti, parole e una buona dose di ironia.

Ho amato questo romanzo dalle prime pagine e ho gustato a pieno la ricchezza delle tematiche e degli scenari proposti.
Così come ho adorato il finale di cui vi offro un piccolo e prezioso assaggio:

"se è vero che niente è più prezioso dell'indipendenza e della libertà, è altrettanto vero che di più prezioso dell'indipendenza e della libertà c'è il niente. I due slogan erano quasi identici ma solo in apparenza. Il primo era l'abito vuoto che Ho Chi Minh non indossava neanche più. Il secondo era un autentico sberleffo, un modo di prendere quell'abito vuoto e rivoltarlo, trasformandolo in una follia sartoriale che solo un uomo con due menti diverse, o un uomo senza faccia, poteva avere il coraggio di indossare (...) Avevo finito per comprendere come la nostra rivoluzione si fosse trasformata nell'avanguardia di un progetto politico in una retroguardia preoccupata solo di accumulare potere. In questo processo rappresentavamo più la regola che non l'eccezione".

Il niente è la risposta finale. In questo nichilismo apparentemente cosmico si intravede però l'unica vera speranza, il sentimento destinato a sopravvivere alla tragedia della Storia: l'Amicizia.
Sebbene venga messa a dura prova dagli eventi è ciò che tiene in vita il protagonista nei momenti più bui, che lo tiene a galla nella danza ambigua dei giorni.


mercoledì 13 novembre 2019

Il Ragazzo - Appunti di una lettrice


“Le categorie e le tipologie che individuiamo nel mondo dei fenomeni non le troviamo lì come se stessero davanti agli occhi dell'osservatore; al contrario, il mondo si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti, cioè soprattutto dai sistemi linguistici nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all'interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua... tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell'universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati”

Così argomentava Whorf nel suo saggio “Language, Thought and Reality”, tra i sostenitori del determinismo linguistico. In poche parole il linguaggio incanala il nostro pensiero. Una sintesi un po’ riduttiva per un tema che meriterebbe molto tempo.
Ma non è questo lo spazio adatto per una digressione simile.
Lascio solo alcuni spunti sollevati in me dalla lettura di questo romanzo di Marcus Malte, scrittore francese noto per i numerosi noir e polizieschi di successo.
Il ragazzo è una prova letteraria diversa. La storia di un selvaggio cresciuto dalla madre fuori dalla civiltà. Per circa 15 anni è vissuto senza scambiare alcun tipo di comunicazione verbale con colei che lo ha generato (il motivo rimane un mistero che lascia spazio all’immaginazione del lettore). Ha imparato a cacciare gli animali, a raccogliere frutti ed erbe selvatiche, a seminare, ad ascoltare e decifrare i suoni della natura. Ma non quelli dell’uomo.
Alla morte della genitrice si ritroverà solo a fare i conti con il mondo.
Verrà a contatto prima con gli abitanti di un piccolo villaggio rurale del sud della Francia che metteranno in luce le superstizioni e l’ignoranza nascoste dietro incomprensibili ritualità.
Incontrerà un ex pugile filosofo che nella sua originale diversità gli insegnerà il valore dei sogni.
E poi arriverà Emma, incantevole creatura dotata di fascino cultura e arte, che lo inizierà ai sacri misteri dell’amore, dell’eros e della bellezza in tutte le sue forme.
Infine giungerà la guerra, la Prima Guerra Mondiale, che permetterà al male di affiorare, dilaniare e marchiare l’anima pura del giovane.
Il ragazzo non ha parole a sorreggere il suo dolore, non ha verbi per esprimere la sofferenza, né aggettivi per incorniciare la gioia. Filtra tutto con gli occhi che seguiamo illuminarsi o spegnersi.
Forse è questa la sua ricchezza e contemporaneamente la sua pena. 
L'impossibilità di comunicare che sembra offrire però l'opportunità di non arginare le emozioni in canali prestabiliti ma di lasciarle fluire, libere e ruggenti.
Una lettura complessa, a tratti divertente, a tratti poetica e struggente.
“La vita ha almeno questo di buono, a volte straripa dal suo letto. Trascina. Trasporta. L’amore, parla dell’amore. E parla della lotta perché non può farne a meno. Tutto ha a che fare con la lotta e tutto torna li. La lotta e l’amore, che in tanti punti combaciano. Non è sempre questione di due persone che si girano intorno? Che si cercano? Che si stringono? Che si abbracciano? Non c’è forse un faccia a faccia? Un corpo a corpo? Tanti tratti in comune fra la lotta e l’amore ma una differenza, sostanziale: in amore non è con la testa che si vince ma con questo. E mentre lo dice indica il suo enorme torace. Il cuore. Parla del cuore. Dice che è lì che riposa la bellezza. All’interno”


lunedì 23 settembre 2019

Sostiene Pereira - Appunti di una Lettrice

Chi è Pereira?
Pereira è un uomo grassoccio di mezza età, rimasto vedovo. Scrive l’inserto culturale del “Lisboa”, un giornale indipendente portoghese.
Siamo nel 1938. Sull’Europa soffia il vento della guerra, delle persecuzioni razziali. La Spagna e i franchisti sono alle porte. Il clima antisemita permea l’atmosfera. Il regime di Salazar sopprime duramente ogni opposizione.

Cosa sostiene Pereira?
Apparentemente niente e nessuno, solo il quieto vivere.
Non sostiene il governo perché non condivide l’ideale della destra nazionalista. Non sostiene nemmeno i dissidenti. Troppo rischioso. Dante a questo punto della storia lo avrebbe messo tra gli ignavi, «che tengon l'anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo».
Un’anima triste, vero. Pereira si sente inerme e solo. Pensa spesso alla morte. L’unico scambio confidenziale è quello con il ritratto della moglie deceduta per tubercolosi. Si rifugia nella cultura scegliendo accuratamente autori e romanzi che rimangano imparziali, fuori dalla realtà.
Pereira è un uomo noiosamente preciso e abitudinario. Un uomo che non ama infrangere le regole, anzi fa di tutto per comportarsi senza destare la minima attenzione. Ogni giorno si reca nello stesso bar, il Cafè Orquidea, dove consuma sempre il solito pasto: omelette alle erbe e limonata.

Ma Pereira non è un antieroe novecentesco. Non è un inetto sveviano. È semplicemente addormentato e immobile, appesantito dagli anni.
Il romanzo è la storia del suo lento risveglio. Come uomo, come giornalista, come intellettuale.
Tanti piccoli incontri lo condurranno a riscoprire il senso del proprio ruolo nel Paese.

La signora del treno:

Lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa.
Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la sua censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione (…) ma non disse niente di tutto questo, Pereira, disse solo: farò del mio meglio signora Delgado ma non è facile fare del proprio meglio in un Paese come questo per una persona come me, sa , io non sono Thomas Mann, sono solo un oscuro direttore della pagina culturale di un modesto giornale del pomeriggio(…)
Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà.

Saranno determinanti anche il dottore della clinica di talassoterapia, il dottor Cardoso, e sopratutto il neo-collaboratore Monteiro e la bella Marta, giovani ardenti di idee socialiste e antigovernative che chiederanno sostegno a Pereira.

Il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? 
In tal caso avrebbero ragione loro, disse pacatamente il dottor Cardoso, ma è la Storia che lo dirà non lei, dottor Pereira. 
Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e dove devo pubblicare racconti dell'Ottocento francese, non avrebbe più senso niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi.

Questo romanzo è un capolavoro. Una scrittura delicata, elegante e ironica.
Un inno alla libertà individuale e al dovere morale di ogni uomo che è responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte nella Storia, che non può delegare il peso degli eventi ad altri ma che ha il compito di agire nel proprio piccolo angolo di mondo. 
Di Tabucchi amo anche la capacità di accompagnare il lettore per le ruas di Lisbona facendogli assaporare con le parole i piatti tipici della cucina locale. Dal porto all'arroz de tamboril, alle specialità dell'Alentejo. Uno squisito assaggio di Portogallo condito dal peso intellettuale di riflessioni profonde sull'uomo e sulla sua dignità.


lunedì 9 settembre 2019

Oro rapace - Appunti di una Lettrice


Oro rapace. Copertina ocra e disegno stile manga, edito da Feltrinelli. L’autrice del romanzo è Yu Miri, di origine sudcoreana ma nata e residente in Giappone.
Un romanzo fastidioso, tormentato. Come il suo protagonista.
Kazuki, un ragazzino di 14 anni, terzogenito di una famiglia arricchitasi enormemente grazie ai pachinko, una specie di slot machine molto in voga nella moderna isola del Pacifico. Il gioco d'azzardo è vietato dalle autorità. Perciò non si possono vincere soldi all'interno del locale. Così i clienti portano le fiches e i premi vinti in uno sportello nascosto nelle vicinanze e li scambiano con il denaro.
Trascurato dal padre, uomo avvelenato dalla sete di denaro e potere, e dalla madre, troppo occupata dal primogenito Koki affetto dalla sindrome di Williams, Kazuki cresce da solo privo di affetto e di figure di riferimento. Invece di frequentare la scuola si perde nei labirinti dei vicoli di Koganechō, quartiere malfamato di Tokyo popolato da prostitute, spacciatori, love motel e locali d’azzardo.

Kazuki è un personaggio difficile da dimenticare. E difficile da perdonare.  Il confine fra bene e male assume contorni indefiniti.
A tratti si è ripugnati dalla sua freddezza e dalla sua rabbia.
Come quando assiste inerme allo stupro di gruppo di una ragazzina o come quando colpisce il cane del padre con la mazza da baseball fino a farlo agonizzare. La cattiveria associata alle azioni di uno che è poco più che un bambino crea immediata repellenza.
Eppure … Kazuki fa anche tanta tenerezza. È un bambino intelligente e fin troppo sensibile che senza punti di riferimento cerca di capire i meccanismi del mondo circostante con la voglia di tracciare una linea guida. Gli unici esempi che ha davanti agli occhi sono quelli di adulti egoisti e avidi. Oppure ci sono i videogiochi, in cui violenza e brutalità sono elementi necessari per passare ai livelli successivi. 
Alcune figure adulte semipositive, come Kanamoto, uomo di mezza età, ex-scaricatore di porto e saltuariamente al servizio della yakuza, o Nonno Sada, il vecchio ristoratore di Koganecho, non sanno o non vogliono sostituirsi alla figura paterna e non riescono ad aiutare il ragazzo.

Che cosa mi manca per essere un adulto? Quasi tutti i problemi sono sorti perché gli adulti mi considerano un bambino (...) In fin dei conti è la forza di dirigere gli altri quella che mi manca. Quello che mi serve è l’arte di parlare che ha Kanamoto per poter avere il controllo sulle persone e soprattutto la conoscenza delle leggi(....) Kanamoto era il suo maestro. L’espressione che aveva mentre beveva il gin, la sua voce aspra come un ferro arrugginito, quel suo freddo distacco: a Kazuki piaceva tutto di lui, desiderava ardentemente essere amato da lui. Cosa posso fare per piacergli?

Diventa il mio papà!’"Kanamoto rimase profondamente colpito dal viso di Kazuki dal quale trapelava il candore dei suoi quattordici anni. È da tantissimo tempo che questo ragazzino è alla ricerca di un adulto che possa sostituire il padre e la madre. O forse un adulto che lo protegga amorevolmente con la sua mano calda e che lo accetti così come è senza mai tradirlo.

Mentre lo seguiamo nei suoi lucidi e cinici ragionamenti assistiamo sconvolti a drammatici episodi: vediamo il padre Yanamoto che umilia i dipendenti arrivando persino a pretendere il corpo della figlia di uno dei suoi fedeli servitori; e poi sempre il padre picchiare la sorella fino a mandarla in ospedale; e ancora… guardiamo una madre ferita abbandonare i figli perché convinta che sia stato il denaro la causa del male piombato sulla famiglia alla nascita del primogenito.
Kazuki è schifato dagli uomini e arriva alla conclusione che l’unico linguaggio vincente sia quello della forza e del potere.
Ha un disperato bisogno di affetto e di fiducia ma è destinato a non lasciarsi amare. La rabbia lo divora. È convinto di poter e dover comprare tutto: l’amicizia, la stima e l’amore. Non concepisce concetti come la gratuità e la lealtà. Eppure vorrebbe una famiglia armoniosa tanto che sembra disposto a rifondarla ergendosi a capofamiglia e prendendosi cura a suo modo del fratello e della sorella più grandi di lui.

Questa lettura è stata una doccia fredda.
Non può lasciare indifferenti e più volte mi è capitato di ritornare con la mente a Kazuki anche a libro chiuso. Il male genera male. E quando il male è compiuto da un bambino fa ancora più male.
Di nuovo le stesse conclusioni. Il mondo è un crocevia di culture diverse, di luoghi differenti, di popoli con tradizioni proprie. Come quella giapponese, con il ramen, gli haiku,  i suoi riti e i suoi miti. 
Ma la legge universale dell’amore è la stessa, ovunque. Da Oriente a Occidente. Dalle favelas del Brasile ai rioni di Napoli alle periferie di Tokyo. Un essere umano privato dell'affetto e dell'amore è un’anima vuota, incapace di scegliere il bene e bisognosa allo stesso tempo di riempire quel vuoto cosmico che avverte dentro di sé.
Il denaro, se eletto a unica ragione di vita, diventa liquido nero che permea i luoghi lasciati vacanti fino ad invadere e avvelenare tutto lo spazio. È oro rapace perché ghermisce il cuore e lo stritola.
Yu Miri è molto brava nel dipingere l’angoscia profonda del ragazzino, popolata da incubi e visioni allucinanti. Narra la vicenda in terza persona ma spesso si cala nella testa dei personaggi e ne offre il loro punto di vista. è esplicita e la sua scrittura si staglia nitida come se si stesse assistendo ad un thriller inquietante. Il lieto fine nemmeno contemplato. 





venerdì 30 agosto 2019

Oblomov di Gončarov - Appunti di una lettrice


O lo conoscete e vi ha sedotto, e un recensore non può dirvi nulla, o non lo conoscete, e allora per favore non perdete altro tempo con queste fatue righe e andate a leggerlo”.

Così scriveva Manganelli e non si può dargli torto.
Recensire Oblomov sarebbe riduttivo. 
Potrei raccontarvi che si tratta di un giovane russo che incarna perfettamente il prototipo sociale della generazione di giovani colti della prima metà dell’Ottocento, nutriti di studi e ideali appresi da viaggi formativi in Europa occidentale, che al loro ritorno si ritrovano inermi e paralizzati nell’apparato burocratico corrotto e arretrato della madrepatria.
Potrei parlare di oblomovismo, l’arte del dolce far nulla, dell'inattivismo. L’impossibilità di agire e la conseguente scelta di mettersi in un angolo e guardare scorrere la vita affianco.
Ma non sarebbe esaustivo.
Oblomov è un romazo non facile né superficiale. Ci si immerge a fondo. 
Oblomov vi farà arrabbiare, impietosire e sorridere allo stesso tempo.