“O lo conoscete e vi ha sedotto, e un recensore non può dirvi nulla, o non lo conoscete, e allora per favore non perdete altro tempo con queste fatue righe e andate a leggerlo”.
Così scriveva Manganelli e non si può dargli torto.
Recensire Oblomov sarebbe riduttivo.
Potrei raccontarvi che si tratta di un giovane russo che incarna perfettamente il prototipo sociale della generazione di giovani colti della prima metà dell’Ottocento, nutriti di studi e ideali appresi da viaggi formativi in Europa occidentale, che al loro ritorno si ritrovano inermi e paralizzati nell’apparato burocratico corrotto e arretrato della madrepatria.
Potrei parlare di oblomovismo, l’arte del dolce far nulla, dell'inattivismo. L’impossibilità di agire e la conseguente scelta di mettersi in un angolo e guardare scorrere la vita affianco.
Ma non sarebbe esaustivo.
Oblomov è un romazo non facile né superficiale. Ci si immerge a fondo.
Oblomov vi farà arrabbiare, impietosire e sorridere allo stesso tempo.

