venerdì 27 maggio 2016

Il Bar delle grandi speranze - Appunti di una lettrice



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Odio quando la gente ti chiede di cosa parla un libro. […] Di cosa parla? Ogni libro degno di questo nome è fatto di emozioni, amore, morte, dolore. È fatto di parole. Parla di un uomo e della sua vita. Okay?

Ogni volta che chiamiamo le cose con il loro nome stiamo dando loro un valore e un riconoscimento, le autorizziamo ad esistere. Ciò che esiste ha un nome. L’ignoto rimane tale proprio perché non definito. Così quando nasciamo. Saliamo sulla giostra con un’etichetta scelta da chi ci ha messo lì. E la portiamo addosso, nel bene e nel male. Non escluderei che il nome contribuisca a plasmarci o che sia perlomeno una previsione di ciò che saremo.
È la storia del protagonista, JR Moheringer. Il suo nome suona strano. «E JR sta per …?». La verità è che quella sigla è un marchio di fabbrica indelebile. JR infatti sta per junior, appellativo posposto a un nome derivato da quello paterno. John Joseph Junior.  La madre, scappata dal marito egoista e violento che aveva tentato di ucciderla con un rasoio, ha deciso di chiamare il figlio con due iniziali che non ricordassero troppo l’origine passata. Solo J.R. Ma questa scelta segna tutta la vicenda. Sul ragazzo rimane appiccicato il nome di un padre assente, tremendamente assente. Un’assenza che ci accompagna per tutto il romanzo. La sentiamo vibrante tra le righe. Il padre è La Voce, quella che proviene calda e suadente dalla radio per la quale lavora l’uomo. Per tutta l’infanzia il piccolo rimane con le orecchie attente, cercando di sentire quel suono. Possiamo quasi vederlo nella casa diroccata dei nonni appoggiato sulle ginocchia, mentre si dà da fare per sintonizzarsi sulla frequenza giusta. Attento a non dare troppo nell’occhio per non ferire la sensibilità della mamma.
La vicenda si snoda lungo tutto l'arco della vita dell’autore che cerca disperatamente figure maschili. Le cerca in un nonno trasandato e brontolone che centellina le dimostrazioni di affetto, quasi per paura di esaurire la scorta, risultando così freddo e senza cuore. Le cerca nei due librai bibliofili ma misantropi che prendono a cuore la sua formazione e lo avvicinano all’universo della letteratura. Le cerca soprattutto nei ragazzi del Publican, il bar di Manhasset, la cittadina de Il Grande Gatsby. Uomini come Steve, come zio Charlie, che si atteggia un po' al Bogart di Casablanca, come Colt, con il suo timbro da orso Yoghi, come Joey D, un picchiatore biondo dal cuore tenero. Figure splendidamente tratteggiate che diventano quasi familiari per il lettore. Il bar è il luogo che lo accoglie sin da piccolo e che rimarrà il rifugio in cui tornare ogni volta che la vita lo metterà con le spalle al muro, con i sogni infranti e i cocci da raccogliere e riassemblare. Figura emblematica risulta essere Sidney, la ragazza che JR sogna di sposare un giorno ma che è troppo impegnata a realizzarsi, troppo bella e altolocata per stare accanto a un aspirante giornalista squattrinato. Una novella Daisy insomma. 
«Pensavo che voleste parlarmi dell’alcol e della droga» dissi «o delle ragazze. O degli studenti ricchi. O dei professori stronzi. Ma… la disillusione?»
«La disillusione è più pericolosa di tutte queste cose messe insieme» sentenziò Bud.




Autore: J.R. Moehringer
Titolo: Il bar delle grandi speranze

Casa editrice: Piemme
Data: Milano 2014




lunedì 9 maggio 2016

La trappola delle aspettative

"Non mettetemi accanto a chi si lamenta / senza mai alzare lo sguardo, /a chi non sa dire grazie, /a chi non sa accorgersi più di un tramonto"


Non avere aspettative. Sembra la premessa ideale per un post cinico e scoraggiato. “Non aspettarti nulla dagli altri”, “Chi fa da sé fa per tre”, “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” e una selva infinita di massime dal pessimismo cosmico che indurrebbero a chiudersi nel proprio guscio, con i pugni chiusi contro il mondo. Quante volte lo abbiamo pensato? Dopo l’ennesima delusione, dopo la fine di un legame. Sono barriere che innalziamo con un impeto di rabbia e orgoglio, promettendoci di non ricadere più negli stessi errori. Ma possono reggere davvero?
Come avrete capito, sono un’inguaribile romantica. Mi si rimprovera di galleggiare in un mondo fatato, ovattato. Credo però che la mia non sia la scelta più facile. Non è forse più semplice puntare il dito e dire che fa tutto schifo, arrendersi all’egoismo e al così fan tutti? C’è qualcosa di particolarmente coraggioso nell’ingaggiare una lotta con la società, nell’infrangere le regole solo per il gusto di ribellarsi? Sbraitare contro politica, economia, religione? E a cascata contro colleghi, vicini, presunti amici che poi non si sono rivelati tali? È una forma mentis molto contagiosa. Che ha attraversato indenne tutte le epoche. È il veleno dell’umanità. Il così fan tutti, appunto. E niente cambia. Ma se il vero coraggio fosse provare a inseguire la felicità? E ritagliarsi il proprio pezzetto di mondo migliore (al netto di una prevista dose di delusione e sofferenza chiaramente)?

Da qui questo piccolo proposito. Così semplice da formulare ma enorme da applicare. Non caricare gli altri delle nostre aspettative! Più o meno consapevolmente la dinamica delle relazioni ruota quasi sempre intorno alle aspettative.

·        La rabbia. Quando ci arrabbiamo? Ci verranno in mente un milione di risposte. Ma la maggior parte ha sottesa questa grande verità: gli altri non si comportano come vorremmo. Pensiamo alle litigate furibonde con il nostro ragazzo. Ci fa infuriare che lui sia distratto o disordinato o pigro, che non intuisca i nostri bisogni, che abbia interessi diversi. Pensiamo alle incomprensioni nelle amicizie. Quanti rapporti si sono concluse perché i bisogni e i desideri reciproci sono cambiati e l’altro non corrispondeva più alle nostre esigenze? È brutto scriverlo ma purtroppo accade molto di frequente. Quello che contava davvero erano le nostre aspettative e non la persona che avevamo accanto.
·        La possessività. Gli altri non sono nostri. Sono persone che vivono, soffrono, lottano, hanno paure e sogni. Non sono distributori automatici di compagnia, consigli, coccole, affetto in base ai nostri bisogni e debolezze. Se la nostra amica non può accompagnarci a quell’aperitivo a cui tenevamo tanto perché ha un altro impegno come la prendiamo? La insultiamo mentalmente fino alla fine dei nostri giorni? Se all’improvviso il nostro fidanzato decidesse di non portarci al centro commerciale perché semplicemente non ne ha voglia insceneremmo la guerra dei mondi??
·        I vincoli. Quante volte prendiamo una decisione solo per non deludere le aspettative? I nostri genitori ci immaginano aitanti manager in carriera? Ed ecco che arranchiamo piano nel tentativo di ottenere un titolo di studio quando invece preferiremmo aprire un bar in Costa Rica. Quante persone noiose abbiamo frequentato solo per paura di non offendere i nostri partner? Quante parole di troppo abbiamo pronunciato, quante sigarette fumate, quante sbronze prese per essere all’altezza delle aspettative dei nostri amici quando magari avremmo preferito altro? Quando forse in certi momenti avremmo voluto parlare davvero di ciò che avevamo a cuore, un problema, un desiderio. Quanti abbracci non abbiamo dato solo per orgoglio, perché gli altri non si sarebbero aspettati un gesto di tale tenerezza da noi?!

Immaginate di sentirvi finalmente liberi dalle aspettative, le vostre e quelle altrui. Prima sensazione? Sospiro di sollievo?! Le relazioni non sono cartellini da timbrare, sono doni! È tutto gratis! Ognuno dispone quotidianamente di 24h, 1440minuti, 86400 secondi da spendere. E una sola vita. Preziosissima. I gesti e le attenzioni sono quindi regali che gli altri ci fanno, per amore, affetto e altre mille motivazioni. Non è detto che possano sempre corrispondere alle nostre aspettative che molto spesso sfociano in pretese. Non ci sono persone sempre perfette, non ci sono persone sempre presenti. Immagazzinato questo concetto quanta leggerezza! Che non è superficialità o cinismo ma “planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.



lunedì 2 maggio 2016

Esco a fare due passi. E non torno più.

«Nella pagina delle cose certe che voglio nella mia vita ci sono scritte poche righe, fra l'altro qualcuna anche a matita, mentre in quella delle cose che non voglio c'è più roba, c'è più sicurezza, più determinazione»


Tra le cose che io non voglio ci sono indubbiamente i romanzi di Fabio Volo. Esco a fare due passi e non torno più. Questa la sintesi del mio pensiero dopo aver stoicamente resistito fino all’ultima pagina di questa terribile prova di scrittura. Una trama che non decolla mai, un susseguirsi incessante di banalità. Un libro che aspira a psicanalizzare il comportamento del trentenne medio italiano affetto da sindrome di Peter Pan senza però lasciare alcun messaggio significativo, senza un contenuto di fondo su cui riflettere per più di due secondi.
Ho cominciato la sua lettura per caso. Una domenica sera, provata dalle fatiche del weekend (in cui condensi tutto ciò che non puoi fare in settimana), ho deciso di concludere la giornata in leggerezza. Divano, tisana e un libro poco impegnativo. Con la coda dell’occhio ho scorto Esco a fare due passi sul tavolino del salotto. Sembrava che Fabio Volo stesse ammiccando proprio a me dalla copertina. Mia sorella ne aveva appena terminato la lettura poco prima. Mi sono detta “Bando ai preconcetti, perché non provare?”.
Premessa: sono una persona diffidente. Molto diffidente se si tratta di fenomeni letterari di massa che vendono in poco tempo oltre 300.000 copie. Molto molto diffidente se l’autore è contemporaneamente comico, conduttore radiofonico, conduttore televisivo e sceneggiatore. Non può fare bene tutto. In ogni caso non sono il genere di persona che nega una possibilità. La smentita in questo caso non è arrivata. Ora… non dico che si debbano pubblicare solo capolavori, non sono contraria ai romanzi spensierati che lasciano affiorare anche solo un sorriso sulle labbra. Ma ritengo che un colosso dell’editoria, quale Mondadori, debba perlomeno decidere di conferire il privilegio della stampa a testi con parvenza di narratività. In questo caos digitale in cui ognuno si sente all’altezza di poter e dover dire qualcosa, in questo traffico di reti in cui tutti diventano autori e opinionisti, il ruolo dell’editore assume sempre più importanza quale garanzia di validità. Non serve sfornare grandi classici ma quanto meno evitare la spazzatura e condurre per mano i lettori nella selva della multimedialità.
Esco a fare due passi non ha né un inizio né uno svolgimento né una fine. Si pone come flusso di coscienza ininterrotto ma non tocca alcuna corda emotiva, non si avvicina nemmeno lontanamente a far vibrare qualcosa nel groviglio del nostro subconscio. Fabio Volo vuole essere il ragazzo della porta accanto che parla in maniera schietta e cruda. Risulta scialbo e volgare. Non tutto può diventare letteratura. Perché dovrebbe interessarmi leggere come e quando il protagonista decide di farsi il bidet? Perché dovrei perdere tempo con le noiosissime performances sessuali di tutte le ex di questo dj radiofonico ventottenne? Il romanzo racconta l’insoddisfazione di un giovane che non ha deciso che direzione dare alla vita e che passa svogliatamente il tempo a fumare marjuana, ascoltare musica e ripensare a cosa non abbia funzionato nelle relazioni precedenti. Stop. Non trovo altre parole per riassumere il testo. Qua e là vengono disseminate frasi ad effetto che aspirano a diventare memorabili citazioni da social network. Una su tutte che riesce ad esprimere il mio stato d’animo alla seconda pagina del romanzo: «Anche se era l’inizio io ero già finito: cotto come una pera, cotto come il prosciutto».

Autore: Fabio Volo
Casa editrice: Mondadori
Data: Milano 2000 (collana "Arcobaleno")

giovedì 21 aprile 2016

Occhi da raccontare

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell'avere nuovi occhi"

Gli occhi parlano quando mancano le parole. Gli occhi fanno a pugni con lingua e denti quando questi sono impegnatissimi ad articolare bugie. Gli occhi sono ciliegie da mordere.  Valigie da svuotare. Gli occhi si bevono il mondo, a grandi sorsate. A volte si può scegliere con cosa riempirli, se di bellezza o meno. Altre volte non si sceglie. Si assiste da spettatori.
Certamente quando non si decide cosa si può scegliere come. È qui che si gioca la partita, quella vera. Non possiamo scegliere le persone che incontriamo, con cui lavoriamo o facciamo sport. Possiamo però decidere se restare a  guardarle o provare a vederle.

Ecco alcuni consigli:

-       Dimentichiamo il ruolo e l’immagine che l’altro ci sta proponendo di sé. Sta recitando una parte. Come noi, del resto. La parte del sicuro di sé, la parte dell’alternativo, la parte della fémme fatale, la parte dell’arrogante. Ognuno ha il proprio palcoscenico e il proprio pubblico, pronto ad applaudire o fischiare. Teniamolo bene a mente.

-        Camminiamo oltre con la fantasia. Sembra banale ma se applicato cambia la prospettiva radicalmente. Non soffermiamoci sulle unghie laccate e il rossetto fiammante. Non critichiamo i leggings azzardati che fasciano cosce dalle dimensioni notevoli. Non alziamo il sopracciglio difronte a corpi tappezzati da teschi inchiostrati e incrostati. Proviamo a immaginare che lì sotto ci sia un’anima, forse anche molto simile alla nostra. Ha scelto solo una maschera differente, ha trovato un modo diverso per galleggiare. E se sotto quello sguardo truce da duro ci fosse tutta la lotta di chi ha dovuto sgomitare tra i bulli del quartiere per non soccombere, di chi ha dovuto imparare il linguaggio della forza per reagire alla strafottenza e alle angherie dei prepotenti? E se dietro quel capo firmato, i capelli impeccabili e i discorsi da rivista di moda si celasse una bambina fragile, cresciuta nel lusso, in perenne confronto con una madre ingombrante e così perfetta da sembrare inarrivabile? Partiamo dal presupposto che siamo ombre in cerca di forma. Ogni volto è un racconto. E ogni scelta una storia.

Permettiamoci di voler bene a ciò che si nasconde sotto l’involucro. Proviamo a raccontarci un possibile vissuto. Non limitiamoci a guardare senza vedere. Le relazioni farebbero meno paura. Correremmo il rischio di scoprire che l'altro non è per forza un nemico da combattere. Gli occhi fanno la differenza. 


martedì 12 aprile 2016

Che tu sia per me il coltello - Appunti di una lettrice


«Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso.»

Sono le parole con cui Franza Kafka si rivolgeva a Milena Jesenska-Polak. Uno scambio epistolare intenso che deve aver ispirato David Grossman, autore israeliano che avevo già avuto modo di apprezzare in Qualcuno con cui correre e A un cerbiatto somiglia il mio amore. Così come intenso è questo romanzo che si assapora lentamente, a piccole dosi. Senza esagerare.

L’aggettivo intenso mi piace particolarmente perché racchiude dentro di sé tutta la bellezza e la potenza di questa lettura.
Intenso: dal latino in-tendere: spingersi all'interno. L’autore infatti riesce a incidere un taglio profondo nell’animo umano. Il lettore rimane sul ciglio e vede spalancarsi ai suoi piedi un’interiorità complessa e dolcissima.
Si rimane quasi spaventati dall’abisso. La paura trascina con sé il fascino, come spesso accade. Repulsione e attrazione. Non una lettura facile né svagata. Interroga e scava. Ma ogni tanto è necessario concedersi.
I due protagonisti iniziano un rapporto personale fatto unicamente di lettere. Inchiostro nero su carta bianca. Yair rimane incantato da Myriam mentre la guarda sorridere distrattamente e stringersi nelle braccia a fianco dell’imponente marito intento a gestire una conversazione.
Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso (…) Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me.
Questo l’avvio di una lunga corrispondenza destinata a mettere a nudo la parte più vera ma anche più difficile dei due personaggi. Le parole si fanno carne e si sforzano di squarciare il velo delle apparenze, di togliere la maschera che noi tutti indossiamo quotidianamente per affrontare la vita e le relazioni. Lo splendore di questo romanzo sta proprio in questo tentativo: dare forma e voce alla fragilità interiore.
Mi innamoro di un autore o di un libro quando riesce ad esprimere alla perfezione qualcosa che sento anche io. Mi perdo tra le righe per ritrovarmi. Provare per credere.

giovedì 7 aprile 2016

L'auto ammirazione

Il primo passo: guardarsi allo specchio. E auto ammirarsi.

Ho cominciato a seguire questa modalità dopo il millesimo errore. Ho ingaggiato la mia battaglia contro l’imprecisione osservando i miei movimenti riflessi.
Ed ecco il primo bottone: sapersi ammirare. Conoscersi e riconoscersi ogni mattina appena svegli. Quanta bellezza vediamo?!
Ok, forse le occhiaie da panda sotto gli occhi non aiutano. E nemmeno quel brufolo sorto insieme alle prime luci dell’alba.
Ma io parlo di un’altra bellezza. Che sta nell’unicità dell’immagine che vedete riflessa. Cioè... quella lì o quello lì che vi guarda esiste solo in quel momento e in quel luogo, perché siete voi!  Osservate gli occhi, quante cose hanno visto? Paesaggi, volti, rimasti intrappolati tra le ciglia. E la bocca, quanto ha provato ad esprimere, a volte senza riuscirci?

E possiamo farci queste domande riguardo a ogni singola parte del nostro corpo. Che è qui e adesso. È incredibile a pensarci!

giovedì 31 marzo 2016

Perché scrivere (e leggere) questo blog?

Vanità delle vanità. Tutto è vanità.

Sì, anche questo blog. 
Immagino che, indagando freudianamente nel torbido del mio inconscio, emergerebbe questa come prima e ovvia origine:  il bisogno di sfoggiare presunte doti letterarie, che altrimenti rimarrebbero frustrate.
Ma c'è un'altra ragione, più nobile. Nel mare magnum del web in cui ognuno millanta onniscienza e onniveggenza, oso timidamente proporre la mia visione.
Piccoli aneddoti, consigli da distillare piano, senza frastuono. Su quello che ho imparato e continuo a imparare.
Libri in cui immergersi, film da non perdere, pillole per essere felici. O perlomeno per provare a guardare le cose da un'altra prospettiva.