"Il romanzo è una storia d amore, il racconto è la passione di una notte”
Non è facile scrivere racconti.
Non è facile trovare un editore che li pubblichi. I racconti vendono meno dei romanzi.
Ce lo confermava già Ammaniti ricordando quando si presentò in Mondadori con i racconti di Fango sottobraccio, sentendosi dare picche da Gian Arturo Ferrari: “Lasciamo perdere, il momento è delicato”. I racconti non tirano.
Eppure il racconto, quando è scritto bene, è una piccola perla letteraria.
In poche pagine è capace di far sognare la mente e condurla ad immaginare altri scenari, oltre le righe.
Il racconto condensa. È circoscritto ad un episodio.
Sta al lettore fare il salto.
Sta all’autore fare la scelta del momento preciso da incorniciare.
Di Carver ti innamori a prima vista. O meglio a prima parola.
Inizia così :
“Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena”.
Il primo aggettivo: “Questo”.
Sembra che il protagonista del racconto stia parlando proprio a te.
Come se avesse appena ripreso un discorso interrotto. Come se ci fosse un “prima” nella scena. Come se davvero tu e lui foste in confidenza.
Cattedrale contiene dodici racconti che non ti dicono nulla di particolare. Non ci sono eventi eclatanti.
Non accade niente.
I fatti significativi sono spesso già avvenuti o devono ancora accadere.
Non trovi i momenti topici. Puoi solo dedurli.
Carver ritrae la banalità. Un ritaglio quotidiano.
Il lettore entra in punta di piedi nella scena. La vede srotolarsi.
Carver si occupa delle pieghe che stanno accanto agli eventi decisivi. Quei frammenti non degni di nota. Li coglie, li raccoglie e li rende letteratura.
Intuisce che è lì che scorre la vita vera. Non agli apici o ai picchi infimi. Nel mezzo. Nel moto ondoso.
Quando leggi Carver hai la vita davanti a te.
Nel primo racconto, ad esempio, viene ricordato l'invito a cena da parte di una coppia di amici, Bud, appunto, e la moglie Olla. Il protagonista descrive la serata nella sua normalità.
Vi è mai capitato di uscire con una coppia di conoscenti e osservare dall'esterno le loro dinamiche?
Probabilmente lo avete fatto un mucchio di volte. Io spessissimo.
Ecco, qui si snoda la trama di Carver.
Questo confronto relazionale fa nascere nella moglie del protagonista il desiderio di un figlio.
“In seguito quando le cose tra noi sono cambiate ed è arrivato nostro figlio, insomma tutta quella storia, Fran considerava quella serata a casa di Bud come l'inizio del cambiamento. Ma si sbaglia. Il cambiamento è avvenuto più tardi; e quando è successo era come se stesse succedendo ad altri, non come qualcosa che poteva succedere a noi. (...)
Fran non lavora più al caseificio ed è ormai parecchio che si è tagliata i capelli. Mi si è pure ingrassata, oltretutto. Non ne parliamo mica. Che c’è da dire?”
Poco oltre si conclude il racconto. Tutta quella storia non viene mostrata. Sta racchiusa lì.
Il tono è semplice, diretto e sommesso come il suo incipit. Eppure tra le righe è trascorsa una tragedia.
La fine di un amore.
Carver però non parla di amore, non direttamente. Lo lascia emergere a poco a poco nella tensione delle parole.
Molto bello, al riguardo, un altro racconto in cui due coniugi vivono separati e stanno ponendo fine alla relazione.
Lui ha problemi con l'alcool e sta aspettando la donna per parlare di divorzio, di faccende finanziarie, di futuro. Ma ha un blocco di cerume nell’orecchio.
Quando l'ex compagna arriva può solo aiutarlo con olio caldo e cotton fioc a stappare il cerume. Tutto qui. Non affrontano il loro amore perduto né la serietà della situazione.
Nella banalità sconcertante dell'episodio si nasconde però il sentimento concreto fatto di piccole cure reciproche.
Sono i piccoli appigli che permettono di andare avanti anche nel lutto, nella tragedia. I minimi contatti umani che nella loro banalità e imprevedibilità sono i motori del nostro agire.
C'è un eco di speranza, in sottofondo. Si fa fatica a sentirlo. Ma c'è.
La speranza che la condivisione umana possa salvarci. Che le relazioni possano essere l'ancora di salvezza in mezzo alla tempesta.
Come nell'ultimo racconto che dà il titolo al libro, in cui il protagonista è costretto a ospitare a casa un cieco, amico della moglie. In questo incontro, non voluto e preventivamente demonizzato, si lascia coinvolgere in un'esperienza inaspettata: disegnare una cattedrale medioevale ad occhi chiusi.
"Poi lui ha detto: - Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l'hai fatta, - ha detto. - Da' un po' un'occhiata. Che te ne pare?
Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po'. Mi pareva una cosa che dovevo fare.
- Allora? - ha chiesto. - La stai guardando?
Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente.
- é proprio fantastica, - ho detto."
Chiudo citando la prefazione di Francesco Piccolo, autore di Momenti di Trascurabile Felicità, che conferma che "i racconti di Carver non vogliono servire a nulla, non si danno nessun altro compito se non quello di dirci le cose come stanno. Che è quello di cui, senza volerlo ammettere, abbiamo profondamente bisogno."
Titolo: Cattedrale
Autore: Raymond Carver
Casa editrice: Einaudi, 2011
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