giovedì 21 aprile 2016

Occhi da raccontare

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell'avere nuovi occhi"

Gli occhi parlano quando mancano le parole. Gli occhi fanno a pugni con lingua e denti quando questi sono impegnatissimi ad articolare bugie. Gli occhi sono ciliegie da mordere.  Valigie da svuotare. Gli occhi si bevono il mondo, a grandi sorsate. A volte si può scegliere con cosa riempirli, se di bellezza o meno. Altre volte non si sceglie. Si assiste da spettatori.
Certamente quando non si decide cosa si può scegliere come. È qui che si gioca la partita, quella vera. Non possiamo scegliere le persone che incontriamo, con cui lavoriamo o facciamo sport. Possiamo però decidere se restare a  guardarle o provare a vederle.

Ecco alcuni consigli:

-       Dimentichiamo il ruolo e l’immagine che l’altro ci sta proponendo di sé. Sta recitando una parte. Come noi, del resto. La parte del sicuro di sé, la parte dell’alternativo, la parte della fémme fatale, la parte dell’arrogante. Ognuno ha il proprio palcoscenico e il proprio pubblico, pronto ad applaudire o fischiare. Teniamolo bene a mente.

-        Camminiamo oltre con la fantasia. Sembra banale ma se applicato cambia la prospettiva radicalmente. Non soffermiamoci sulle unghie laccate e il rossetto fiammante. Non critichiamo i leggings azzardati che fasciano cosce dalle dimensioni notevoli. Non alziamo il sopracciglio difronte a corpi tappezzati da teschi inchiostrati e incrostati. Proviamo a immaginare che lì sotto ci sia un’anima, forse anche molto simile alla nostra. Ha scelto solo una maschera differente, ha trovato un modo diverso per galleggiare. E se sotto quello sguardo truce da duro ci fosse tutta la lotta di chi ha dovuto sgomitare tra i bulli del quartiere per non soccombere, di chi ha dovuto imparare il linguaggio della forza per reagire alla strafottenza e alle angherie dei prepotenti? E se dietro quel capo firmato, i capelli impeccabili e i discorsi da rivista di moda si celasse una bambina fragile, cresciuta nel lusso, in perenne confronto con una madre ingombrante e così perfetta da sembrare inarrivabile? Partiamo dal presupposto che siamo ombre in cerca di forma. Ogni volto è un racconto. E ogni scelta una storia.

Permettiamoci di voler bene a ciò che si nasconde sotto l’involucro. Proviamo a raccontarci un possibile vissuto. Non limitiamoci a guardare senza vedere. Le relazioni farebbero meno paura. Correremmo il rischio di scoprire che l'altro non è per forza un nemico da combattere. Gli occhi fanno la differenza. 


martedì 12 aprile 2016

Che tu sia per me il coltello - Appunti di una lettrice


«Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso.»

Sono le parole con cui Franza Kafka si rivolgeva a Milena Jesenska-Polak. Uno scambio epistolare intenso che deve aver ispirato David Grossman, autore israeliano che avevo già avuto modo di apprezzare in Qualcuno con cui correre e A un cerbiatto somiglia il mio amore. Così come intenso è questo romanzo che si assapora lentamente, a piccole dosi. Senza esagerare.

L’aggettivo intenso mi piace particolarmente perché racchiude dentro di sé tutta la bellezza e la potenza di questa lettura.
Intenso: dal latino in-tendere: spingersi all'interno. L’autore infatti riesce a incidere un taglio profondo nell’animo umano. Il lettore rimane sul ciglio e vede spalancarsi ai suoi piedi un’interiorità complessa e dolcissima.
Si rimane quasi spaventati dall’abisso. La paura trascina con sé il fascino, come spesso accade. Repulsione e attrazione. Non una lettura facile né svagata. Interroga e scava. Ma ogni tanto è necessario concedersi.
I due protagonisti iniziano un rapporto personale fatto unicamente di lettere. Inchiostro nero su carta bianca. Yair rimane incantato da Myriam mentre la guarda sorridere distrattamente e stringersi nelle braccia a fianco dell’imponente marito intento a gestire una conversazione.
Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso (…) Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me.
Questo l’avvio di una lunga corrispondenza destinata a mettere a nudo la parte più vera ma anche più difficile dei due personaggi. Le parole si fanno carne e si sforzano di squarciare il velo delle apparenze, di togliere la maschera che noi tutti indossiamo quotidianamente per affrontare la vita e le relazioni. Lo splendore di questo romanzo sta proprio in questo tentativo: dare forma e voce alla fragilità interiore.
Mi innamoro di un autore o di un libro quando riesce ad esprimere alla perfezione qualcosa che sento anche io. Mi perdo tra le righe per ritrovarmi. Provare per credere.

giovedì 7 aprile 2016

L'auto ammirazione

Il primo passo: guardarsi allo specchio. E auto ammirarsi.

Ho cominciato a seguire questa modalità dopo il millesimo errore. Ho ingaggiato la mia battaglia contro l’imprecisione osservando i miei movimenti riflessi.
Ed ecco il primo bottone: sapersi ammirare. Conoscersi e riconoscersi ogni mattina appena svegli. Quanta bellezza vediamo?!
Ok, forse le occhiaie da panda sotto gli occhi non aiutano. E nemmeno quel brufolo sorto insieme alle prime luci dell’alba.
Ma io parlo di un’altra bellezza. Che sta nell’unicità dell’immagine che vedete riflessa. Cioè... quella lì o quello lì che vi guarda esiste solo in quel momento e in quel luogo, perché siete voi!  Osservate gli occhi, quante cose hanno visto? Paesaggi, volti, rimasti intrappolati tra le ciglia. E la bocca, quanto ha provato ad esprimere, a volte senza riuscirci?

E possiamo farci queste domande riguardo a ogni singola parte del nostro corpo. Che è qui e adesso. È incredibile a pensarci!