mercoledì 13 novembre 2019

Il Ragazzo - Appunti di una lettrice


“Le categorie e le tipologie che individuiamo nel mondo dei fenomeni non le troviamo lì come se stessero davanti agli occhi dell'osservatore; al contrario, il mondo si manifesta in un flusso caleidoscopico di impressioni che devono essere organizzate dalle nostre menti, cioè soprattutto dai sistemi linguistici nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo le attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che resta in piedi all'interno della nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua... tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell'universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati”

Così argomentava Whorf nel suo saggio “Language, Thought and Reality”, tra i sostenitori del determinismo linguistico. In poche parole il linguaggio incanala il nostro pensiero. Una sintesi un po’ riduttiva per un tema che meriterebbe molto tempo.
Ma non è questo lo spazio adatto per una digressione simile.
Lascio solo alcuni spunti sollevati in me dalla lettura di questo romanzo di Marcus Malte, scrittore francese noto per i numerosi noir e polizieschi di successo.
Il ragazzo è una prova letteraria diversa. La storia di un selvaggio cresciuto dalla madre fuori dalla civiltà. Per circa 15 anni è vissuto senza scambiare alcun tipo di comunicazione verbale con colei che lo ha generato (il motivo rimane un mistero che lascia spazio all’immaginazione del lettore). Ha imparato a cacciare gli animali, a raccogliere frutti ed erbe selvatiche, a seminare, ad ascoltare e decifrare i suoni della natura. Ma non quelli dell’uomo.
Alla morte della genitrice si ritroverà solo a fare i conti con il mondo.
Verrà a contatto prima con gli abitanti di un piccolo villaggio rurale del sud della Francia che metteranno in luce le superstizioni e l’ignoranza nascoste dietro incomprensibili ritualità.
Incontrerà un ex pugile filosofo che nella sua originale diversità gli insegnerà il valore dei sogni.
E poi arriverà Emma, incantevole creatura dotata di fascino cultura e arte, che lo inizierà ai sacri misteri dell’amore, dell’eros e della bellezza in tutte le sue forme.
Infine giungerà la guerra, la Prima Guerra Mondiale, che permetterà al male di affiorare, dilaniare e marchiare l’anima pura del giovane.
Il ragazzo non ha parole a sorreggere il suo dolore, non ha verbi per esprimere la sofferenza, né aggettivi per incorniciare la gioia. Filtra tutto con gli occhi che seguiamo illuminarsi o spegnersi.
Forse è questa la sua ricchezza e contemporaneamente la sua pena. 
L'impossibilità di comunicare che sembra offrire però l'opportunità di non arginare le emozioni in canali prestabiliti ma di lasciarle fluire, libere e ruggenti.
Una lettura complessa, a tratti divertente, a tratti poetica e struggente.
“La vita ha almeno questo di buono, a volte straripa dal suo letto. Trascina. Trasporta. L’amore, parla dell’amore. E parla della lotta perché non può farne a meno. Tutto ha a che fare con la lotta e tutto torna li. La lotta e l’amore, che in tanti punti combaciano. Non è sempre questione di due persone che si girano intorno? Che si cercano? Che si stringono? Che si abbracciano? Non c’è forse un faccia a faccia? Un corpo a corpo? Tanti tratti in comune fra la lotta e l’amore ma una differenza, sostanziale: in amore non è con la testa che si vince ma con questo. E mentre lo dice indica il suo enorme torace. Il cuore. Parla del cuore. Dice che è lì che riposa la bellezza. All’interno”


lunedì 23 settembre 2019

Sostiene Pereira - Appunti di una Lettrice

Chi è Pereira?
Pereira è un uomo grassoccio di mezza età, rimasto vedovo. Scrive l’inserto culturale del “Lisboa”, un giornale indipendente portoghese.
Siamo nel 1938. Sull’Europa soffia il vento della guerra, delle persecuzioni razziali. La Spagna e i franchisti sono alle porte. Il clima antisemita permea l’atmosfera. Il regime di Salazar sopprime duramente ogni opposizione.

Cosa sostiene Pereira?
Apparentemente niente e nessuno, solo il quieto vivere.
Non sostiene il governo perché non condivide l’ideale della destra nazionalista. Non sostiene nemmeno i dissidenti. Troppo rischioso. Dante a questo punto della storia lo avrebbe messo tra gli ignavi, «che tengon l'anime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo».
Un’anima triste, vero. Pereira si sente inerme e solo. Pensa spesso alla morte. L’unico scambio confidenziale è quello con il ritratto della moglie deceduta per tubercolosi. Si rifugia nella cultura scegliendo accuratamente autori e romanzi che rimangano imparziali, fuori dalla realtà.
Pereira è un uomo noiosamente preciso e abitudinario. Un uomo che non ama infrangere le regole, anzi fa di tutto per comportarsi senza destare la minima attenzione. Ogni giorno si reca nello stesso bar, il Cafè Orquidea, dove consuma sempre il solito pasto: omelette alle erbe e limonata.

Ma Pereira non è un antieroe novecentesco. Non è un inetto sveviano. È semplicemente addormentato e immobile, appesantito dagli anni.
Il romanzo è la storia del suo lento risveglio. Come uomo, come giornalista, come intellettuale.
Tanti piccoli incontri lo condurranno a riscoprire il senso del proprio ruolo nel Paese.

La signora del treno:

Lei è un intellettuale, dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa.
Sostiene Pereira che avrebbe voluto dire molte cose. Avrebbe voluto rispondere che sopra di lui c’era il suo direttore, il quale era un personaggio del regime, e che poi c’era il regime, con la sua polizia e la sua censura, e che in Portogallo tutti erano imbavagliati, insomma che non si poteva esprimere liberamente la propria opinione (…) ma non disse niente di tutto questo, Pereira, disse solo: farò del mio meglio signora Delgado ma non è facile fare del proprio meglio in un Paese come questo per una persona come me, sa , io non sono Thomas Mann, sono solo un oscuro direttore della pagina culturale di un modesto giornale del pomeriggio(…)
Capisco, replicò la signora Delgado, ma forse tutto si può fare, basta averne la volontà.

Saranno determinanti anche il dottore della clinica di talassoterapia, il dottor Cardoso, e sopratutto il neo-collaboratore Monteiro e la bella Marta, giovani ardenti di idee socialiste e antigovernative che chiederanno sostegno a Pereira.

Il fatto è che mi è venuto un dubbio: e se quei due ragazzi avessero ragione? 
In tal caso avrebbero ragione loro, disse pacatamente il dottor Cardoso, ma è la Storia che lo dirà non lei, dottor Pereira. 
Sì, disse Pereira, però se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione e dove devo pubblicare racconti dell'Ottocento francese, non avrebbe più senso niente, e è di questo che sento il bisogno di pentirmi.

Questo romanzo è un capolavoro. Una scrittura delicata, elegante e ironica.
Un inno alla libertà individuale e al dovere morale di ogni uomo che è responsabile delle proprie azioni e delle proprie scelte nella Storia, che non può delegare il peso degli eventi ad altri ma che ha il compito di agire nel proprio piccolo angolo di mondo. 
Di Tabucchi amo anche la capacità di accompagnare il lettore per le ruas di Lisbona facendogli assaporare con le parole i piatti tipici della cucina locale. Dal porto all'arroz de tamboril, alle specialità dell'Alentejo. Uno squisito assaggio di Portogallo condito dal peso intellettuale di riflessioni profonde sull'uomo e sulla sua dignità.


lunedì 9 settembre 2019

Oro rapace - Appunti di una Lettrice


Oro rapace. Copertina ocra e disegno stile manga, edito da Feltrinelli. L’autrice del romanzo è Yu Miri, di origine sudcoreana ma nata e residente in Giappone.
Un romanzo fastidioso, tormentato. Come il suo protagonista.
Kazuki, un ragazzino di 14 anni, terzogenito di una famiglia arricchitasi enormemente grazie ai pachinko, una specie di slot machine molto in voga nella moderna isola del Pacifico. Il gioco d'azzardo è vietato dalle autorità. Perciò non si possono vincere soldi all'interno del locale. Così i clienti portano le fiches e i premi vinti in uno sportello nascosto nelle vicinanze e li scambiano con il denaro.
Trascurato dal padre, uomo avvelenato dalla sete di denaro e potere, e dalla madre, troppo occupata dal primogenito Koki affetto dalla sindrome di Williams, Kazuki cresce da solo privo di affetto e di figure di riferimento. Invece di frequentare la scuola si perde nei labirinti dei vicoli di Koganechō, quartiere malfamato di Tokyo popolato da prostitute, spacciatori, love motel e locali d’azzardo.

Kazuki è un personaggio difficile da dimenticare. E difficile da perdonare.  Il confine fra bene e male assume contorni indefiniti.
A tratti si è ripugnati dalla sua freddezza e dalla sua rabbia.
Come quando assiste inerme allo stupro di gruppo di una ragazzina o come quando colpisce il cane del padre con la mazza da baseball fino a farlo agonizzare. La cattiveria associata alle azioni di uno che è poco più che un bambino crea immediata repellenza.
Eppure … Kazuki fa anche tanta tenerezza. È un bambino intelligente e fin troppo sensibile che senza punti di riferimento cerca di capire i meccanismi del mondo circostante con la voglia di tracciare una linea guida. Gli unici esempi che ha davanti agli occhi sono quelli di adulti egoisti e avidi. Oppure ci sono i videogiochi, in cui violenza e brutalità sono elementi necessari per passare ai livelli successivi. 
Alcune figure adulte semipositive, come Kanamoto, uomo di mezza età, ex-scaricatore di porto e saltuariamente al servizio della yakuza, o Nonno Sada, il vecchio ristoratore di Koganecho, non sanno o non vogliono sostituirsi alla figura paterna e non riescono ad aiutare il ragazzo.

Che cosa mi manca per essere un adulto? Quasi tutti i problemi sono sorti perché gli adulti mi considerano un bambino (...) In fin dei conti è la forza di dirigere gli altri quella che mi manca. Quello che mi serve è l’arte di parlare che ha Kanamoto per poter avere il controllo sulle persone e soprattutto la conoscenza delle leggi(....) Kanamoto era il suo maestro. L’espressione che aveva mentre beveva il gin, la sua voce aspra come un ferro arrugginito, quel suo freddo distacco: a Kazuki piaceva tutto di lui, desiderava ardentemente essere amato da lui. Cosa posso fare per piacergli?

Diventa il mio papà!’"Kanamoto rimase profondamente colpito dal viso di Kazuki dal quale trapelava il candore dei suoi quattordici anni. È da tantissimo tempo che questo ragazzino è alla ricerca di un adulto che possa sostituire il padre e la madre. O forse un adulto che lo protegga amorevolmente con la sua mano calda e che lo accetti così come è senza mai tradirlo.

Mentre lo seguiamo nei suoi lucidi e cinici ragionamenti assistiamo sconvolti a drammatici episodi: vediamo il padre Yanamoto che umilia i dipendenti arrivando persino a pretendere il corpo della figlia di uno dei suoi fedeli servitori; e poi sempre il padre picchiare la sorella fino a mandarla in ospedale; e ancora… guardiamo una madre ferita abbandonare i figli perché convinta che sia stato il denaro la causa del male piombato sulla famiglia alla nascita del primogenito.
Kazuki è schifato dagli uomini e arriva alla conclusione che l’unico linguaggio vincente sia quello della forza e del potere.
Ha un disperato bisogno di affetto e di fiducia ma è destinato a non lasciarsi amare. La rabbia lo divora. È convinto di poter e dover comprare tutto: l’amicizia, la stima e l’amore. Non concepisce concetti come la gratuità e la lealtà. Eppure vorrebbe una famiglia armoniosa tanto che sembra disposto a rifondarla ergendosi a capofamiglia e prendendosi cura a suo modo del fratello e della sorella più grandi di lui.

Questa lettura è stata una doccia fredda.
Non può lasciare indifferenti e più volte mi è capitato di ritornare con la mente a Kazuki anche a libro chiuso. Il male genera male. E quando il male è compiuto da un bambino fa ancora più male.
Di nuovo le stesse conclusioni. Il mondo è un crocevia di culture diverse, di luoghi differenti, di popoli con tradizioni proprie. Come quella giapponese, con il ramen, gli haiku,  i suoi riti e i suoi miti. 
Ma la legge universale dell’amore è la stessa, ovunque. Da Oriente a Occidente. Dalle favelas del Brasile ai rioni di Napoli alle periferie di Tokyo. Un essere umano privato dell'affetto e dell'amore è un’anima vuota, incapace di scegliere il bene e bisognosa allo stesso tempo di riempire quel vuoto cosmico che avverte dentro di sé.
Il denaro, se eletto a unica ragione di vita, diventa liquido nero che permea i luoghi lasciati vacanti fino ad invadere e avvelenare tutto lo spazio. È oro rapace perché ghermisce il cuore e lo stritola.
Yu Miri è molto brava nel dipingere l’angoscia profonda del ragazzino, popolata da incubi e visioni allucinanti. Narra la vicenda in terza persona ma spesso si cala nella testa dei personaggi e ne offre il loro punto di vista. è esplicita e la sua scrittura si staglia nitida come se si stesse assistendo ad un thriller inquietante. Il lieto fine nemmeno contemplato. 





venerdì 30 agosto 2019

Oblomov di Gončarov - Appunti di una lettrice


O lo conoscete e vi ha sedotto, e un recensore non può dirvi nulla, o non lo conoscete, e allora per favore non perdete altro tempo con queste fatue righe e andate a leggerlo”.

Così scriveva Manganelli e non si può dargli torto.
Recensire Oblomov sarebbe riduttivo. 
Potrei raccontarvi che si tratta di un giovane russo che incarna perfettamente il prototipo sociale della generazione di giovani colti della prima metà dell’Ottocento, nutriti di studi e ideali appresi da viaggi formativi in Europa occidentale, che al loro ritorno si ritrovano inermi e paralizzati nell’apparato burocratico corrotto e arretrato della madrepatria.
Potrei parlare di oblomovismo, l’arte del dolce far nulla, dell'inattivismo. L’impossibilità di agire e la conseguente scelta di mettersi in un angolo e guardare scorrere la vita affianco.
Ma non sarebbe esaustivo.
Oblomov è un romazo non facile né superficiale. Ci si immerge a fondo. 
Oblomov vi farà arrabbiare, impietosire e sorridere allo stesso tempo.

giovedì 22 agosto 2019

Florence Grace - Appunti di una Lettrice


Per la spiaggia cercavo un romanzo leggero, che scorresse veloce, sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Mi è capitato tra le mani questo libro edito da Neri Pozza: Florence Grace di Tracy Rees.
Non ha deluso le aspettative, né in positivo né in negativo. È una storia che si lascia leggere con piacere.
La protagonista è Florence Buckley, nata in Cornovaglia, non sotto i migliori auspici. La madre muore nel darla alla luce e il padre rimane vittima di un incidente qualche anno dopo. Florrie cresce indipendente e selvaggia nelle amate brughiere in compagnia della nonna Nan e della Vecchia Rilla, la “saggia” del villaggio che le trasmette le sue conoscenze sulle erbe e sulla fitoterapia.
La sua vita cambierà quando scoprirà all’improvviso le sue vere origini e dovrà trasferirsi a Londra per prendere il posto che le spetta all’interno della ricca e chiacchierata famiglia dei Grace, guidata dall’autocratico e prepotente Grande Hawker. Lì conoscerà la vita mondana della città, i suoi bassifondi, le buone maniere, il perbenismo vittoriano e soprattutto i fratelli Grace, Sanderson e Turlington, l’uno biondo gentile ed educato, rassegnato a compiacere i voleri famigliari; l’altro imbronciato, con il volto pallido e tormentato nascosto da un ciuffo di capelli neri.
Le premesse per una trama accattivante ci sono. 
Tuttavia, a mio parere, la storia non decolla mai veramente. Rimane come sospesa sullo scorrere degli eventi. Ci si aspetta un colpo di scena o una discesa in profondità che non arriva.
Nel finale vi è un bagliore di originalità che ho però apprezzato.
A dispetto delle aspettative, l’amore non vince su ogni cosa.
È solo Florence a vincere, non rinunciando alla sua purezza e alla sua natura per compiacere un amore tormentato che la stava spegnendo.
Florence è un una donna rivoluzionaria perché in pieno Ottocento sceglie e non si lascia scegliere. Rinuncia ad un matrimonio comodo ed economicamente vantaggioso per amore. Ma poi rinuncia anche all’amore per non perdere se stessa.

venerdì 5 luglio 2019

Appunti di una Lettrice - Il Volo della Luna


Nel mondo occidentale la Luna è percepita come simbolo femminile.
In molti miti e religioni è raffigurata come una divinità. La sua ciclicità rievoca immediatamente la fisiologia della donna. 
La Luna può essere magnifica quando si manifesta in cielo nella sua pienezza. 
Terribile quando scompare abbandonando la notte al suo buio. 
È punto di riferimento. Ma anche fascino e mistero.
Così le protagoniste di questi racconti. Donne molto diverse tra loro. 
Sono accomunate dall'esigenza di scegliere.

Scegliere chi essere. Come spiccare il volo. In quale cielo restare. Quale faccia della Luna mostrare.

"Ci si racconta finché c'è qualcosa da scoprire, un segreto da svelare. Finché desideriamo regalare all’altro una versione speciale di noi.
Trucchiamo le storie per sembrare più eroici o più soli, per apparire più forti o più sofferenti.
(...) E finché dura il gioco del vedo-non vedo, dico-non dico ci innamoriamo. Desideriamo l’altro per afferrare le sue zone d’ombra. A coprire le nostre. 
I desideri. De-sidera.
Stelle lontane e irraggiungibili. Spazi da scoprire. Segreti da svelare. Muri da scavalcare come cavalieri rampanti. Ma quando arriviamo a toccarli non ci interessano più. All’improvviso iniziano ad annoiarci.
E smettiamo di ascoltare il racconto. Ci stanchiamo di raccontarci.
Il mostro della quotidianità squarcia il velo del mistero e mette in luce tutti gli angoli nascosti, che alla fine si scoprono essere stati solo pieni di polvere. Nulla di straordinario. Non all’altezza dell’immaginazione che sa tessere trame più raffinate e ardite.
Il mito che abbiamo costruito con aggettivi ricercati e verbi mozzafiato si sgretola sotto il peso della normalità. Ritorniamo ad essere banali sagome. Piatte. E il racconto si sgretola fino a scomparire. Ciò che ci tiene in vita. La possibilità di diventare storie. Si azzera.
Abbiamo bisogno di un nuovo palcoscenico, delle luci della ribalta.
Necessitiamo di nuove storie da ascoltare che risveglino lati assopiti di noi.
Necessitiamo di un nuovo pubblico da incantare per sentirci, almeno per qualche istante, i protagonisti"

Lo trovate qui


mercoledì 12 giugno 2019

Pic di Jack Kerouac - Appunti di una lettrice


Pic. 
Solo il suono di questa parola arriva leggero e simpatico alle orecchie.
Un libro dolcissimo. Divertente. 
Non avevo ancora letto nulla di Kerouac. Gli autori della Beat Generation americana non mi hanno mai attirato. Però ho deciso di iniziare con questo volumetto che vi consiglio.
Parla del piccolo Pic, un bambino di colore cresciuto con il nonno nelle campagne del North Carolina. La madre è morta e il padre, accusato di omicidio, non è più tornato a casa. Vive con il nonno. Mangiano poco, dormono nello stesso letto. Una vita di stenti ma Pic è felice:

"L'interno della casa era pulito come una pannocchia di granturco secco, e altrettanto crocchiante e piacevole sotto i miei piedi nudi come sotto i vostri se poteste provare. Il nonno e io dormiamo nel lettone cigolante e abbiamo tanto spazio, è grandissimo. Il cane dorme sulla porta. (...)
Be' laggiù c'è la bottega di Mr Dunaston all'incrocio, e poi le pinete con il vecchio corvo che si posa ogni mattina sul ramo a fare cra-a-cra-a-c, battendo le ali, e io faccio cra-cra-cra-cra proprio come lui, e scoppio a ridere, ogni mattina, hi-hi-hi, mi fa il solletico" (p.9)

La perla del testo è la voce narrante. La voce di Pic, che ci offre la sua versione ingenua, fresca e diretta degli eventi. 
Quando il nonno si ammala gravemente è costretto a vivere per qualche tempo dalla zia Gastonia in una casa già affollata da dodici persone.

"Zia Gastonia dice che mi sono ammalato e ho perso cinque chili, io mi sentivo uno straccio , e me ne stavo tutto il giorno steso nella polvere. (...) Zia Gastonia, il problema non era lei, era nonno Jelkey, e zio Simeon, e tutti i bambini che mi gettano addosso la sabbia. E nessuno che mi porti a trovare il nonno in ospedale" (p.15).

Lo sguardo di Pic, come chiave di lettura del mondo, permette all'autore di utilizzare uno stile "sgrammaticato" in cui l'uso dei tempi verbali non segue le regole della consecutio, in cui abbondano termini onomatopeici e colloquiali. Inoltre da un certo momento in avanti il protagonista racconta i fatti come se si stesse rivolgendo al nonno, come se volesse renderlo partecipe delle sua avventure. Il lettore non può fare a meno di provare un moto di commozione verso questo legame così profondo anche se mai esplicitato.
Pic non riflette in maniera complessa; nonostante questo cogliamo tante sfumature drammatiche della sua esistenza. 

Il suo essere nero:
"Dicevano che ero il più scuro e il più nero che avesse mai messo piede in quella scuola. Io questo già lo sapevo, perché ho visto ragazzi bianchi in casa mia, e ho visto ragazzi rosa, e ho visto ragazzi blu, e ho visto ragazzi verdi, e ho visto ragazzi arancioni, e anche neri, ma uno nero come me non l'ho mai visto (...) Un giorno due ragazzi bianchi passarono di lì e dissero che ero incredibilmente nero anche per essere un nero. Be', io risposi che questo lo sapevo benissimo. Mi dissero che ero troppo piccolo per fare quello che volevano fare, non ricordo più cosa, e io gli dissi che la rana che teneva in mano era davvero splendida".(p. 8)

I genitori:
"Ometto mio, tuo padre era un pazzo e un uomo cattivo, ecco cos'era, o è, vivo o morto che sia e dovunque si trovi stanotte. Tua madre è morta da un pezzo, povera anima, e nessuno si è mai sognato di incolparla se è impazzita ed è morta in quel modo. Ragazzo - mi dice mio fratello, e si gira verso di me - tu e io veniamo dal buio - Ed era proprio triste quando lo disse" (p. 33)

L'indigenza:
"Spense il disco, e si guardò intorno nella cucina, e si mise a camminare su e giù, tutto preoccupato. Allora capii che in passato si era già preoccupato di un sacco di cose. Aveva la faccia lunga e gli occhi fissi davanti a sé e le ossa della faccia spuntavano dalle guance e lo facevano sembrare vecchio. Povero Slim, penso sempre a quella faccia quando lo ricordo ora."(p. 49)

La figura del fratello Slim è dipinta magnificamente. Arriva a sorpresa a casa della zia per prendere con sé Pic e portarlo a New York dove vive con la moglie Sheila.
Suona il sax fino a perdere il fiato. Non ha un lavoro e per questo, alla fine della storia, si trasferirà con Pic e la moglie in California. Non può permettersi né scarpe né vestiti nuovi né treni per viaggiare ma ha un entusiasmo contagioso, un amore per la vita e una fede in Dio che lo sostengono nei momenti più difficili.

"Un giorno, nonno, farò un mucchio di soldi per te e per me, ma me la spasserò come Slim se la spassava senza soldi e farò in modo di essere un uomo felice" (p.79)

L'edizione Oscar Mondadori del 2015 ha scelto un'immagine di copertina che trovo significativa. Raffigura un bambino bianco, ben vestito, con un bel gelato in mano, davanti ad un negozio di accessori per la casa e con una macchina rossa in vista. Emblema del consumismo americano. 
A pugni con la storia raccontata, con i suoi protagonisti, che però lasciano trapelare più di chiunque altro gioia e gratitudine per le piccole cose.

"Sai nonno, la vita è triste, e poi è felice, e va avanti così fino alla morte, e chissà perché, e non c'è nessuno a cui chiedere tranne Dio, e Lui non risponde mai, vero? e nonno, Slim e Sheila erano così belli quella sera che io sapevo che Dio era dalla loro parte, e Lo ringraziai. Non è giusto, nonno, pregare quando sei felice e riconoscente come ero io allora? Be', io lo feci" (p. 58)




martedì 4 giugno 2019

Cattedrale - Appunti di una Lettrice


"Il romanzo è una storia d amore, il racconto è la passione di una notte”

Non è facile scrivere racconti. 
Non è facile trovare un editore che li pubblichi. I racconti vendono meno dei romanzi.
Ce lo confermava già Ammaniti ricordando quando si presentò in Mondadori con i racconti di Fango sottobraccio, sentendosi dare picche da Gian Arturo Ferrari: “Lasciamo perdere, il momento è delicato”. I racconti non tirano.

Eppure il racconto, quando è scritto bene, è una piccola perla letteraria. 
In poche pagine è capace di far sognare la mente e condurla ad immaginare altri scenari, oltre le righe. 
Il racconto condensa. È circoscritto ad un episodio. 
Sta al lettore fare il salto. 
Sta all’autore fare la scelta del momento preciso da incorniciare.

Di Carver ti innamori a prima vista. O meglio a prima parola.
Inizia così :
“Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena”.

Il primo aggettivo: “Questo”.
Sembra che il protagonista del racconto stia parlando proprio a te. 
Come se avesse appena ripreso un discorso interrotto. Come se ci fosse un “prima” nella scena. Come se davvero tu e lui foste in confidenza.

Cattedrale contiene dodici racconti che non ti dicono nulla di particolare. Non ci sono eventi eclatanti.
Non accade niente. 
I fatti significativi sono spesso già avvenuti o devono ancora accadere.
Non trovi i momenti topici. Puoi solo dedurli. 
Carver ritrae la banalità. Un ritaglio quotidiano. 
Il lettore entra in punta di piedi nella scena. La vede srotolarsi.
Carver si occupa delle pieghe che stanno accanto agli eventi decisivi. Quei frammenti non degni di nota. Li coglie, li raccoglie e li rende letteratura.
Intuisce che è lì che scorre la vita vera. Non agli apici o ai picchi infimi. Nel mezzo. Nel moto ondoso.
Quando leggi Carver hai la vita davanti a te.

Nel primo racconto, ad esempio, viene ricordato  l'invito a cena da parte di una coppia di amici, Bud, appunto, e la moglie Olla. Il protagonista descrive la serata nella sua normalità. 
Vi è mai capitato di uscire con una coppia di conoscenti e osservare dall'esterno le loro dinamiche? 
Probabilmente lo avete fatto un mucchio di volte. Io spessissimo.
Ecco, qui si snoda la trama di Carver. 
Questo confronto relazionale fa nascere nella moglie del protagonista il desiderio di un figlio.

“In seguito quando le cose tra noi sono cambiate ed è arrivato nostro figlio, insomma tutta quella storia, Fran considerava quella serata a casa di Bud come l'inizio del cambiamento. Ma si sbaglia. Il cambiamento è avvenuto più tardi; e quando è successo era come se stesse succedendo ad altri, non come qualcosa che poteva succedere a noi. (...)
Fran non lavora più al caseificio ed è ormai parecchio che si è tagliata i capelli. Mi si è pure ingrassata, oltretutto. Non ne parliamo mica. Che c’è da dire?”

Poco oltre si conclude il racconto. Tutta quella storia non viene mostrata. Sta racchiusa lì.
Il tono è semplice, diretto e sommesso come il suo incipit. Eppure tra le righe è trascorsa una tragedia. 
La fine di un amore. 
Carver però non parla di amore, non direttamente. Lo lascia emergere a poco a poco nella tensione delle parole.

Molto bello, al riguardo, un altro racconto in cui due coniugi vivono separati e stanno ponendo fine alla relazione. 
Lui ha problemi con l'alcool e sta aspettando la donna per parlare di divorzio, di faccende finanziarie, di futuro. Ma ha un blocco di cerume nell’orecchio. 
Quando l'ex compagna arriva può solo aiutarlo con olio caldo e cotton fioc a stappare il cerume. Tutto qui. Non affrontano il loro amore perduto né la serietà della situazione.
Nella banalità sconcertante dell'episodio si nasconde però il sentimento concreto fatto di piccole cure reciproche.

Sono i piccoli appigli che permettono di andare avanti anche nel lutto, nella tragedia. I minimi contatti umani che nella loro banalità e imprevedibilità sono i motori del nostro agire.
C'è un eco di speranza, in sottofondo. Si fa fatica a sentirlo. Ma c'è.
La speranza che la condivisione umana possa salvarci. Che le relazioni possano essere l'ancora di salvezza in mezzo alla tempesta.

Come nell'ultimo racconto che dà il titolo al libro, in cui il protagonista è costretto a ospitare a casa un cieco, amico della moglie. In questo incontro, non voluto e preventivamente demonizzato, si lascia coinvolgere in un'esperienza inaspettata: disegnare una cattedrale medioevale ad occhi chiusi.

"Poi lui ha detto: - Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l'hai fatta, - ha detto. - Da' un po' un'occhiata. Che te ne pare?
Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po'. Mi pareva una cosa che dovevo fare.
- Allora? - ha chiesto. - La stai guardando?
Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente.
- é proprio fantastica, - ho detto."


Chiudo citando la prefazione di Francesco Piccolo, autore di Momenti di Trascurabile Felicità, che conferma che "i racconti di Carver non vogliono servire a nulla, non si danno nessun altro compito se non quello di dirci le cose come stanno. Che è quello di cui, senza volerlo ammettere, abbiamo profondamente bisogno."


Titolo: Cattedrale
Autore: Raymond Carver
Casa editrice: Einaudi, 2011

lunedì 27 maggio 2019

Trova qualcuno che ti guardi come Botticelli guardava la sua Venere

Simonetta Vespucci è un'icona indiscussa di Bellezza.
Nata in un'epoca senza Instagram, il suo volto è riuscito ugualmente a fare il giro del mondo e ad ottenere milioni se non miliardi di Likes. Come se piovessero.
Merito dei suoi follower. Pochi ma buoni.
Uno tra tanti, Sandro Botticelli.
La ritrasse come Venere e come una delle Grazie nella Primavera.
Mica male.


Ora, immaginiamo che Simonetta sia viva e che posti la sua foto in costume sui social. Come la commenterebbero?
Guardiamola bene. 
Bionda, pelle chiara, lineamenti angelici ed espressione malinconica. Bella, sì. Ma non bellissima.
Quei fianchi larghi? L'accenno evidente di pancetta? Per non parlare del seno che oscilla tra la prima e la retro.
Non sembra rientrare nei sacri canoni della bellezza. 
Il diktàt 90-60-90 si fa il segno della croce e fila via.

Eppure Simonetta Vespucci rapì il cuore e gli occhi di molti importanti personaggi della corte medicea.
Pare dunque lampante che la bellezza non sia un canone oggettivo. 
La bellezza è prima di tutto figlia della cultura che partorisce degli stereotipi che influiscono più o meno pesantemente sul nostro giudizio.

E poi... la bellezza sta negli occhi di chi guarda. Soprattutto di chi guarda con amore.
L'auspicio di questa settimana è di avere al proprio fianco qualcuno che ci faccia sentire come Botticelli avrà fatto sentire Simonetta. Una Venere. Anche se  struccata. Anche se stanca. Anche se con qualche rotolino in più sul giro vita.

Perché questo è l'amore. Non altro.
L'amore non sta in chi ti osserva e ti fa sentire inadeguata.
L'amore non sta in chi ti giudica e ti critica. 

Purtroppo troppo spesso siamo schiave delle aspettative, schiave degli apprezzamenti e dei doppisensi, schiave della pubblicità di "Intimissimi" che tappezza la città e ci fa sentire acari intimiditi al confronto.

Quando ami il corpo dell'altro ti sembra il David di Donatello. Perfetto.
Riconosci il profumo della pelle e lo cerchi sul cuscino nelle assenze.Sai a memoria il profilo e lo disegni ad occhi chiusi.
Così non può stancare mai. Cosi non servono le "Cinquanta sfumature" per tenere viva la passione.
E fare l'amore diventa splendido. Diventa un inno.  Musica che fa risuonare i sentimenti.

Trova qualcuno che ti guardi come Botticelli guardava la sua Venere.
Fidati, da qualche parte c'è.

lunedì 20 maggio 2019

L'abitudine - Perché ci si abitua a tutto?



"Il tempo cura le ferite, non preoccuparti ti ci abituerai". Evergreen intramontabile.
E poi col cavolo che ti ci abitui ma va bene lo stesso. Le ferite rimarginano col tempo, vero.
Ma basta una distrazione perché salti la cucitura e inizi a sanguinare. È un attimo. Ma questa è un'altra storia.
Torniamo alla frase. Alla fine ci si abitua a tutto.
L'abitudine, ecco.
Un’abitudine è rassicurante. Nella mia mente immaginavo la parola ABITUDINE come una specie di casa accogliente al ritorno dopo ogni giornata. Con annessi e connessi. La cena, la chiacchiera, le notizie alla tv o sul quotidiano, il pigiama, la copertina in plaid, il libro, l'abat-jour, una coccola se è la nostra sera fortunata, la nanna. Più o meno questi i tasselli. Più o meno in questo ordine. I gesti di quando tutto scorre placido e regolare.
L’abitudine, ecco.
Ma da qualche tempo è avvenuta la metamorfosi del senso della parola nella mia mente. Una metamorfosi che al confronto l'Asino d’oro di Apuleio può solo sbiancare e arruginire.
L’Abitudine si è trasformata.

Da una parte la mia Abitudine guarda indifferente verso le cose brutte, le cose che fanno male. Dal caffè bruciato dei bar di Milano, al glifosato sui limoni che compro, ai colleghi che amici-amici ma mors-tua-vita-mea rimane il tacito accordo di ogni relazione lavorativa e sta bene così, a chi scrive “non ti fai mai sentire” tutte le volte che si fa sentire, agli inciuci all’italiana che tanto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” e già lo sapevamo. Ci si abitua a tutto e si finisce con il pensare che sia la normalità. Abbiamo anestetizzato il pensiero e il nostro senso di umanità per pigrizia, per comodità?

Dall’altra parte l'Abitudine guarda, quasi assopita, le cose belle. Et voilà… l’incredibile leggerezza con cui diamo per scontate le piccole perle che ci circondano e che quasi finiscono per venirci a noia. I pomeriggi che assapori lentamente e raramente seduta al sole con un bel libro tra le mani, il bacio morbido del buongiorno ogni mattina, la telefonata trafelata dell’amica, le apprensioni della mamma, i pranzi preparati dalla nonna che ti vede sempre troppo magra anche quando i fianchi non passano più dalla porta, i quadri con i colori di Chagall. A volte troppo pesanti, troppo zuccherosi. Scontati. No? E toc toc. Bussa l’abitudine e la monotonia. E quindi finisci per non vedere quasi più le bellezze per quello che sono. Sbiadiscono come le tende al sole.

Mi domando se sia inevitabile o se ci sia una qualche forma di speranza. Sono troppo giovane e troppo poco esperta per propendere per la prima opzione. Punto tutto sulla speranza. Un po’ come rischiare sullo 0 alla roulette.

Allora riporto l’abitudine al suo originario significato. L’habitus. Il vestito che indosso ogni giorno cucito ad hoc sulle mie misure.
La sua trama i miei valori, i suoi ricami i miei ideali.
Unicità da non far sbiadire con la pioggia della “normalità”. Un abito mio da indossare sempre.
L’Abitudine, ecco.

mercoledì 8 maggio 2019

Festa della mamma - Regala una poesia


"L’amore di una donna è marea
che stende i suoi flutti sulle rive
Avvolge senza distinzioni perle e pietre.
Abbraccia ricoprendo cocci e coralli.
Trascina nel ventre e inghiotte
sotto una morbida distesa d’onde,
levigando piano senza clamore
ruvidi rifiuti 

L’amore di una donna è segreto,
non ha ragioni di essere chiarito
rimane chiuso negli anfratti del cuore,
guscio protetto alla tenerezza,
scudo invincibile all’arroganza
resiste impavido nelle sciagure
conosce senza parole
comprende senza guardare"






La mamma è la Donna per eccellenza e il Suo Amore ci ha generato. Volenti o nolenti è così. Ci ha custodito nel suo grembo per nove mesi. Ci ha cullato. Ci ha nutrito dal suo stesso corpo. La poesia vuole essere un omaggio alla forza inspiegabile di questo amore. Che è dono. Che è immenso.




La raccolta di poesie la trovate qui


giovedì 18 aprile 2019

Nessuno accendeva le lampade - Appunti di una lettrice


"Se non avessi letto i racconti di Hernández non sarei diventato lo scrittore che sono oggi", Gabriel Garcìa Márquez. 

Non somiglia a nessuno: a nessuno degli europei e a nessuno dei latinoamericani, è un irregolare che sfugge a ogni classificazione e inquadramento ma si presenta ad apertura di pagina come inconfondibile”. Questa l’introduzione di Calvino all’antologia italiana dei racconti di Felisberto Hernández, edita Einaudi nel 1974.

Queste raccomandazioni mi sono sembrate un motivo più che sufficiente per acquistare subito Nessuno accendeva le Lampade. Uno dei pochi titoli dell’autore uruguaiano tradotti in italiano.

Lo scrittore rimase sempre un po’ in ombra, non raggiungendo mai il vero e proprio successo.
Hernández fu pianista e autore di nicchia. Insicuro e riservato venne ammirato solo in ambienti ristretti, pubblicato a basse tirature. 
Una voce sommessa. Ma incantevole.

La lettura dei suoi racconti non è cosa facile. È un’immersione. Nel regno della psiche, del favoloso, del sogno, del buio e della luce. Occorre trattenere il fiato. E danzare insieme a lui con la mente.
Lo stesso autore ammette di non curare il lato estetico, formale. I suoi racconti sono come piante che crescono dall’interno e il ruolo dell’artista è solo quello di assicurarsi che la loro natura originaria e autentica venga preservata. Perciò non confeziona prodotti di alto consumo.
Tutt’altro.

La sua scrittura strizza un occhio al surrealismo.
Nel 1924 il manifesto di Breton descrive l’«automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale”.
La scrittura di Hernández si avvicina molto a questa definizione.
Spesso sceglie di narrare in prima persona. E così il flusso di pensieri diventa più ardente, intricato. Un filo illogico. Che supera la realtà e il senso comune. Tanto da costringere il lettore a chiedersi con quale chiave si debba aprire la porta per accedere al mondo segreto di Hernández. L’ironia? La nevrosi? L’istinto?

L’effetto più potente dei suoi racconti è lo straniamento.
Ricorre ad associazioni di idee e immagini a dir poco ardite. Ma che centrano il bersaglio.
E allora puoi trovare il volto magro di una donna associato a quello di una casa.
Gli oggetti e le parti del corpo acquistano vita propria e li si guarda attraverso una nuova prospettiva:

«E gli oggetti che stavano sulla tavola sembravano preziose forme del silenzio. Le nostre mani appaiate cominciarono a posarsi sulla tovaglia: parevano abitanti naturali della tavola. Io non riuscivo a smettere di pensare alla vita delle mani. Molti anni prima, altre mani avevano obbligato le stoviglie a prendere forma. Dopo molti andirivieni, sarebbero finite in qualche credenza. Quelle creature di porcellana sarebbero state al servizio di mani di ogni genere. Una mano qualsiasi avrebbe versato il cibo sui volti lisci e lucenti dei piatti; avrebbe obbligato le brocche a riempire e svuotare i loro ventri, e le posate ad affondare nella carne, a tagliarla e a portare i pezzi alla bocca. Alla fine le creature di porcellana sarebbero state lavate, asciugate e condotte nelle loro stanzette. Qualcuna sarebbe sopravvissuta a molte paia di mani e, tra queste, alcune sarebbero state buone con loro, le avrebbero amate e colmate di ricordi; ma dovevano continuare a servire in silenzio».

Un genio. E un poeta. La poesia riempie il testo. Metafore, paragoni, atmosfere oniriche e rarefatte.
Luci e ombre. Fondamentali.
Perché quando si fa notte inizia il viaggio dentro se stessi, alla ricerca di un equilibrio nella confusione. L’oscurità è il buio interiore. Assenza di certezza. Mistero. E se nessuno accende le lampade la notte domina.

Spero di aver incuriosito un po' anche voi. Hernández è autore da riportare alla luce. Per lui vale la pena accendere qualche lampada. Anche solo quella del comodino. 



Autore: Felisberto Hernández
Titolo: Nessuno accendeva le lampade
Casa editrice: la Nuova frontiera