Un titolo dolce e
melodioso.
La ninna nanna, il suono che ci accompagna soavemente nel mondo dei
sogni sin dai primi giorni di vita.
O meglio, che
dovrebbe accompagnarci.
Palahniuk in ogni sua scelta si propone di
destabilizzare le certezze del lettore, di scardinare i luoghi comuni.
La ninna nanna in
questione è un canto di morte su cui il protagonista, Carl Streator, indaga. Sta
compiendo un reportage sulle morti in culla e si imbatte nel libro Poesie e
Filastrocche da tutto il mondo in cui è contenuta una nenia africana che,
se letta ad alta voce, conduce alla morte immediata.
La parola diventa
un’arma micidiale.
Questo è uno dei tanti messaggi in codice lasciati dall’autore
in questo romanzo, denso di spunti di riflessione e di analisi ironiche e pungenti sulla
società e sull’uomo.
«In un mondo in cui le promesse non hanno
valore. In cui si promette solo per poi non mantenere, non sarebbe male veder
rinascere il potere della parola»
O ancora:
«Pietre e bastoni ti rompono le ossa, ma
attento a quelle cazzo di parole...le parole possono fare un male cane...»
Le parole acquisiscono un potere magico. Chi possiede le
parole e la conoscenza ha potere. Il potere di fare molto bene o molto male.
Palahniuk restituisce al
linguaggio la sua ancestrale e misteriosa funzione. Ogni cosa esiste perché siamo
in grado di darle un nome. Ciò che non nominiamo ci sfugge per definizione. Ciò
che non osiamo nominare è qualcosa che ci fa paura e che non vogliamo nemmeno
pensare per evitare che diventi reale.
Ai due estremi vi sono il rumore e il silenzio.
I suoni assordanti riempiono ogni istante della nostra
vita. Informazioni strillate, media, volume alto, grida. Coprono la voce della nostra
coscienza, si sostituiscono alla nostra forza immaginifica.
«Il vecchio George Orwell aveva capito
tutto, ma al rovescio.
Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande
Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si
dà da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia.
Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito. Fa
in modo che la tua immaginazione avvizzisca. Finché non diventa utile quanto la
tua appendice. Fa in modo di colmare la tua attenzione, sempre e comunque.
Questo significa lasciarsi imboccare, ed è
peggio che lasciarsi spiare. Nessuno deve più preoccuparsi di sapere che cosa
gli passa per la testa, visto che a riempirtela in continuazione ci pensa già
il mondo. Se tutti quanti ci ritroviamo con l'immaginazione atrofizzata,
nessuno costituirà mai una minaccia per il mondo».
Il silenzio invece viene presentato come un dono prezioso. Un
momento d'oro da ricercare e coltivare.
Il protagonista si definisce inizialmente come uno spettatore della vita,
un giornalista che annota tutti i dettagli e si limita a guardare. Da oltre vent'anni vive solo. Sceglie il
modo più facile di rimanere a galla, ovvero osservare senza partecipare.
Questo finché non si imbatte in Helen, Mona e
Ostrica, tre “casi umani”. Tre vite spezzate da qualche tragedia che reagiscono
al mondo in maniera differente. Da cinici serial killer a ecoterroristi che
affermano:
«Quella che noi chiamiamo natura non è
che uno dei tanti aspetti della devastazione compiuta quotidianamente
dall'uomo. Ogni dente di leone è una bomba atomica innescata. Un agente
bioinquinante. Una graziosa calamità gialla.
Il fatto di poter andare tanto a Parigi come a Pechino e di
trovarci sempre un Mc Donald's, ecologicamente parlando equivale a diffondere
forme di vita in franchising. I posti diventano tutti uguali. Il kudzu, le
cozze zebra. Il giacinto d'acqua. Gli storni. I Burger King.
Gli indigeni, tutto ciò che esiste. Scacciato via.
"Alla fine l'unica biodiversità che ci rimarrà"
dice, "sarà quella tra la Coca e la Pepsi." »
Insieme
a loro Carl riprende a vivere. Si immerge di nuovo nel flusso degli eventi e ne
diventa protagonista assoluto, in grado di cambiare le sorti della storia con
le proprie scelte. Diventa artefice del proprio destino e di quello dell’intera
umanità.
La
parola “libertà” diventa oggetto di attenta riflessione:
«Davvero voglio
una bella casa, un auto veloce, mille amanti bellissime? Davvero voglio tutto
questo? O sono semplicemente addestrato a volerlo?
Davvero tutto
questo è meglio di ciò che possiedo già? O sono semplicemente addestrato a
essere insoddisfatto? Che io sia vittima di un incantesimo per cui niente è mai
abbastanza?»
E l’amore come si coniuga con la libertà? L’autore sembra suggerire
una visione senza via d’uscita:
«Ognuno di noi possiede qualcuno, e al tempo stesso è
posseduto da qualcun altro»
Palahniuk, come in molti altri suoi romanzi, giunge quasi a
proporre una visione nichilista della realtà:
«Se non possediamo
il libero arbitrio. Se non sai cos'è che davvero sai. Se non ami chi credi di
amare. Cos'è che ti spinge a vivere? Niente»
Il niente però non può essere l’unica via d’uscita. Infatti,
nonostante questa forte componente distruttiva, dalle pagine traspare il ruolo
principale attribuito ai sentimenti e alla consapevolezza. Il protagonista
diventa consapevole che probabilmente è posseduto dall’innamoramento per la sua
compagna di viaggio eppure si salva solo quando si lascia andare e sollevare da
terra dalla forza di un bacio. Ricomincia a vivere.
Carl diventa consapevole che la libertà possa essere una
chimera, che le nostre decisioni siano determinate da input della cultura
circostante. Eppure decide di sporcarsi le mani con la realtà. Vuole provare a
rendere il mondo migliore.
In fondo «forse non finiamo all'inferno per quello che facciamo. Forse
finiamo all'inferno per quello che non facciamo. Per le cose che lasciamo a
metà».

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