lunedì 2 maggio 2016

Esco a fare due passi. E non torno più.

«Nella pagina delle cose certe che voglio nella mia vita ci sono scritte poche righe, fra l'altro qualcuna anche a matita, mentre in quella delle cose che non voglio c'è più roba, c'è più sicurezza, più determinazione»


Tra le cose che io non voglio ci sono indubbiamente i romanzi di Fabio Volo. Esco a fare due passi e non torno più. Questa la sintesi del mio pensiero dopo aver stoicamente resistito fino all’ultima pagina di questa terribile prova di scrittura. Una trama che non decolla mai, un susseguirsi incessante di banalità. Un libro che aspira a psicanalizzare il comportamento del trentenne medio italiano affetto da sindrome di Peter Pan senza però lasciare alcun messaggio significativo, senza un contenuto di fondo su cui riflettere per più di due secondi.
Ho cominciato la sua lettura per caso. Una domenica sera, provata dalle fatiche del weekend (in cui condensi tutto ciò che non puoi fare in settimana), ho deciso di concludere la giornata in leggerezza. Divano, tisana e un libro poco impegnativo. Con la coda dell’occhio ho scorto Esco a fare due passi sul tavolino del salotto. Sembrava che Fabio Volo stesse ammiccando proprio a me dalla copertina. Mia sorella ne aveva appena terminato la lettura poco prima. Mi sono detta “Bando ai preconcetti, perché non provare?”.
Premessa: sono una persona diffidente. Molto diffidente se si tratta di fenomeni letterari di massa che vendono in poco tempo oltre 300.000 copie. Molto molto diffidente se l’autore è contemporaneamente comico, conduttore radiofonico, conduttore televisivo e sceneggiatore. Non può fare bene tutto. In ogni caso non sono il genere di persona che nega una possibilità. La smentita in questo caso non è arrivata. Ora… non dico che si debbano pubblicare solo capolavori, non sono contraria ai romanzi spensierati che lasciano affiorare anche solo un sorriso sulle labbra. Ma ritengo che un colosso dell’editoria, quale Mondadori, debba perlomeno decidere di conferire il privilegio della stampa a testi con parvenza di narratività. In questo caos digitale in cui ognuno si sente all’altezza di poter e dover dire qualcosa, in questo traffico di reti in cui tutti diventano autori e opinionisti, il ruolo dell’editore assume sempre più importanza quale garanzia di validità. Non serve sfornare grandi classici ma quanto meno evitare la spazzatura e condurre per mano i lettori nella selva della multimedialità.
Esco a fare due passi non ha né un inizio né uno svolgimento né una fine. Si pone come flusso di coscienza ininterrotto ma non tocca alcuna corda emotiva, non si avvicina nemmeno lontanamente a far vibrare qualcosa nel groviglio del nostro subconscio. Fabio Volo vuole essere il ragazzo della porta accanto che parla in maniera schietta e cruda. Risulta scialbo e volgare. Non tutto può diventare letteratura. Perché dovrebbe interessarmi leggere come e quando il protagonista decide di farsi il bidet? Perché dovrei perdere tempo con le noiosissime performances sessuali di tutte le ex di questo dj radiofonico ventottenne? Il romanzo racconta l’insoddisfazione di un giovane che non ha deciso che direzione dare alla vita e che passa svogliatamente il tempo a fumare marjuana, ascoltare musica e ripensare a cosa non abbia funzionato nelle relazioni precedenti. Stop. Non trovo altre parole per riassumere il testo. Qua e là vengono disseminate frasi ad effetto che aspirano a diventare memorabili citazioni da social network. Una su tutte che riesce ad esprimere il mio stato d’animo alla seconda pagina del romanzo: «Anche se era l’inizio io ero già finito: cotto come una pera, cotto come il prosciutto».

Autore: Fabio Volo
Casa editrice: Mondadori
Data: Milano 2000 (collana "Arcobaleno")

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