«Nella pagina delle cose certe che voglio nella mia vita ci sono scritte poche righe, fra l'altro qualcuna anche a matita, mentre in quella delle cose che non voglio c'è più roba, c'è più sicurezza, più determinazione»
Tra le cose che io non voglio ci
sono indubbiamente i romanzi di Fabio Volo. Esco
a fare due passi e non torno più. Questa la sintesi del mio pensiero dopo
aver stoicamente resistito fino all’ultima pagina di questa terribile prova di
scrittura. Una trama che non decolla mai, un susseguirsi incessante di banalità.
Un libro che aspira a psicanalizzare il comportamento del trentenne medio
italiano affetto da sindrome di Peter Pan senza però lasciare alcun messaggio
significativo, senza un contenuto di fondo su cui riflettere per più di due
secondi.
Ho cominciato la sua lettura per
caso. Una domenica sera, provata dalle fatiche del weekend (in cui condensi
tutto ciò che non puoi fare in settimana), ho deciso di concludere la giornata in
leggerezza. Divano, tisana e un libro poco impegnativo. Con la coda dell’occhio
ho scorto Esco a fare due passi sul
tavolino del salotto. Sembrava che Fabio Volo stesse ammiccando proprio a me dalla
copertina. Mia sorella ne aveva appena terminato la lettura poco prima. Mi sono
detta “Bando ai preconcetti, perché non provare?”.
Premessa: sono una persona
diffidente. Molto diffidente se si tratta di fenomeni letterari di massa che
vendono in poco tempo oltre 300.000 copie. Molto molto diffidente se l’autore è
contemporaneamente comico, conduttore radiofonico, conduttore televisivo e sceneggiatore.
Non può fare bene tutto. In ogni caso non sono il genere di persona che nega
una possibilità. La smentita in questo caso non è arrivata. Ora… non dico che
si debbano pubblicare solo capolavori, non sono contraria ai romanzi
spensierati che lasciano affiorare anche solo un sorriso sulle labbra. Ma ritengo
che un colosso dell’editoria, quale Mondadori, debba perlomeno decidere di conferire
il privilegio della stampa a testi con parvenza di narratività. In questo caos
digitale in cui ognuno si sente all’altezza di poter e dover dire qualcosa, in
questo traffico di reti in cui tutti diventano autori e opinionisti, il ruolo
dell’editore assume sempre più importanza quale garanzia di validità. Non serve
sfornare grandi classici ma quanto meno evitare la spazzatura e condurre per
mano i lettori nella selva della multimedialità.
Esco
a fare due passi non ha né un inizio né uno svolgimento né una
fine. Si pone come flusso di coscienza ininterrotto ma non tocca alcuna corda emotiva,
non si avvicina nemmeno lontanamente a far vibrare qualcosa nel groviglio del
nostro subconscio. Fabio Volo vuole essere il ragazzo della porta accanto che
parla in maniera schietta e cruda. Risulta scialbo e volgare. Non tutto può
diventare letteratura. Perché dovrebbe interessarmi leggere come e quando il
protagonista decide di farsi il bidet? Perché dovrei perdere tempo con le
noiosissime performances sessuali di tutte
le ex di questo dj radiofonico ventottenne? Il romanzo racconta l’insoddisfazione
di un giovane che non ha deciso che direzione dare alla vita e che passa
svogliatamente il tempo a fumare marjuana, ascoltare musica e ripensare a cosa
non abbia funzionato nelle relazioni precedenti. Stop. Non trovo altre parole
per riassumere il testo. Qua e là vengono disseminate frasi ad effetto che
aspirano a diventare memorabili citazioni da social network. Una su tutte che riesce
ad esprimere il mio stato d’animo alla seconda pagina del romanzo: «Anche
se era l’inizio io ero già finito: cotto come una pera, cotto come il
prosciutto».
Autore:
Fabio Volo
Titolo: Esco a fare due passi
Casa
editrice: Mondadori
Data: Milano
2000 (collana "Arcobaleno")
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