"Il tempo cura le ferite, non preoccuparti ti ci abituerai". Evergreen intramontabile.
E
poi col cavolo che ti ci abitui ma va bene lo stesso. Le ferite rimarginano col
tempo, vero.
Ma
basta una distrazione perché salti la cucitura e inizi a sanguinare. È un
attimo. Ma questa è un'altra storia.
Torniamo
alla frase. Alla fine ci si abitua a tutto.
L'abitudine,
ecco.
Un’abitudine
è rassicurante. Nella mia mente immaginavo la parola ABITUDINE come una specie
di casa accogliente al ritorno dopo ogni giornata. Con annessi e connessi. La
cena, la chiacchiera, le notizie alla tv o sul quotidiano, il pigiama, la
copertina in plaid, il libro, l'abat-jour, una coccola se è la nostra sera
fortunata, la nanna. Più o meno questi i tasselli. Più o meno in questo ordine.
I gesti di quando tutto scorre placido e regolare.
L’abitudine,
ecco.
Ma
da qualche tempo è avvenuta la metamorfosi del senso della parola nella mia
mente. Una metamorfosi che al confronto l'Asino d’oro di Apuleio può solo
sbiancare e arruginire.
L’Abitudine
si è trasformata.
Da
una parte la mia Abitudine guarda indifferente verso le cose brutte, le cose che
fanno male. Dal caffè bruciato dei bar di Milano, al glifosato sui limoni che
compro, ai colleghi che amici-amici ma mors-tua-vita-mea
rimane il tacito accordo di ogni relazione lavorativa e sta bene così, a chi
scrive “non ti fai mai sentire” tutte le volte che si fa sentire, agli inciuci
all’italiana che tanto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto
cambi” e già lo sapevamo. Ci si abitua a tutto e si finisce con il pensare che
sia la normalità. Abbiamo anestetizzato il pensiero e il nostro senso di
umanità per pigrizia, per comodità?
Dall’altra
parte l'Abitudine guarda, quasi assopita, le cose belle. Et voilà…
l’incredibile leggerezza con cui diamo per scontate le piccole perle che ci
circondano e che quasi finiscono per venirci a noia. I pomeriggi che assapori
lentamente e raramente seduta al sole con un bel libro tra le mani, il bacio
morbido del buongiorno ogni mattina, la telefonata trafelata dell’amica, le
apprensioni della mamma, i pranzi preparati dalla nonna che ti vede sempre
troppo magra anche quando i fianchi non passano più dalla porta, i quadri con i
colori di Chagall. A volte troppo pesanti, troppo zuccherosi. Scontati. No? E
toc toc. Bussa l’abitudine e la monotonia. E quindi finisci per non vedere
quasi più le bellezze per quello che sono. Sbiadiscono come le tende al sole.
Mi
domando se sia inevitabile o se ci sia una qualche forma di speranza. Sono
troppo giovane e troppo poco esperta per propendere per la prima opzione. Punto
tutto sulla speranza. Un po’ come rischiare sullo 0 alla roulette.
Allora
riporto l’abitudine al suo originario significato. L’habitus. Il vestito che indosso ogni giorno cucito ad hoc sulle mie
misure.
La
sua trama i miei valori, i suoi ricami i miei ideali.
Unicità
da non far sbiadire con la pioggia della “normalità”. Un abito mio da indossare
sempre.
L’Abitudine,
ecco.

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