Oro
rapace. Copertina ocra e disegno stile manga, edito da Feltrinelli. L’autrice
del romanzo è Yu Miri, di origine sudcoreana ma nata e residente in Giappone.
Un
romanzo fastidioso, tormentato. Come il suo protagonista.
Kazuki,
un ragazzino di 14 anni, terzogenito di una famiglia arricchitasi enormemente grazie
ai pachinko, una specie di slot machine molto in voga nella moderna isola del Pacifico. Il gioco d'azzardo è vietato dalle autorità. Perciò non si possono vincere soldi all'interno del locale. Così i clienti portano le fiches e i premi vinti in uno sportello nascosto nelle vicinanze e li scambiano con il denaro.
Trascurato
dal padre, uomo avvelenato dalla sete di denaro e potere, e dalla madre, troppo
occupata dal primogenito Koki affetto dalla sindrome di Williams, Kazuki cresce da
solo privo di affetto e di figure di riferimento. Invece di frequentare la scuola
si perde nei labirinti dei vicoli di Koganechō, quartiere
malfamato di Tokyo popolato da prostitute, spacciatori, love motel e locali
d’azzardo.
Kazuki è un personaggio difficile da dimenticare. E difficile da perdonare. Il confine fra bene e male assume contorni indefiniti.
A tratti si è ripugnati dalla sua freddezza e dalla sua rabbia.
Come
quando assiste inerme allo stupro di gruppo di una ragazzina o come quando colpisce
il cane del padre con la mazza da baseball fino a farlo agonizzare. La cattiveria
associata alle azioni di uno che è poco più che un bambino crea immediata repellenza.
Eppure
… Kazuki fa anche tanta tenerezza. È un bambino intelligente e fin troppo sensibile che senza punti di
riferimento cerca di capire i meccanismi del mondo circostante con la voglia di tracciare una
linea guida. Gli unici esempi che ha davanti agli occhi sono quelli di adulti egoisti e avidi. Oppure ci sono i videogiochi, in cui violenza e brutalità sono elementi necessari per passare ai
livelli successivi.
Alcune figure adulte semipositive, come Kanamoto, uomo di mezza età, ex-scaricatore di porto e saltuariamente al servizio della yakuza, o Nonno Sada, il vecchio ristoratore di Koganecho, non sanno o non vogliono sostituirsi alla figura paterna e non riescono ad aiutare il ragazzo.
Che cosa mi manca per essere un adulto? Quasi tutti i problemi sono sorti perché gli adulti mi considerano un bambino (...) In fin dei conti è la forza di dirigere gli altri quella che mi manca. Quello che mi serve è l’arte di parlare che ha Kanamoto per poter avere il controllo sulle persone e soprattutto la conoscenza delle leggi(....) Kanamoto era il suo maestro. L’espressione che aveva mentre beveva il gin, la sua voce aspra come un ferro arrugginito, quel suo freddo distacco: a Kazuki piaceva tutto di lui, desiderava ardentemente essere amato da lui. Cosa posso fare per piacergli?
“Diventa il mio papà!’"Kanamoto rimase profondamente colpito dal viso di Kazuki dal quale trapelava il candore dei suoi quattordici anni. È da tantissimo tempo che questo ragazzino è alla ricerca di un adulto che possa sostituire il padre e la madre. O forse un adulto che lo protegga amorevolmente con la sua mano calda e che lo accetti così come è senza mai tradirlo.
Alcune figure adulte semipositive, come Kanamoto, uomo di mezza età, ex-scaricatore di porto e saltuariamente al servizio della yakuza, o Nonno Sada, il vecchio ristoratore di Koganecho, non sanno o non vogliono sostituirsi alla figura paterna e non riescono ad aiutare il ragazzo.
Che cosa mi manca per essere un adulto? Quasi tutti i problemi sono sorti perché gli adulti mi considerano un bambino (...) In fin dei conti è la forza di dirigere gli altri quella che mi manca. Quello che mi serve è l’arte di parlare che ha Kanamoto per poter avere il controllo sulle persone e soprattutto la conoscenza delle leggi(....) Kanamoto era il suo maestro. L’espressione che aveva mentre beveva il gin, la sua voce aspra come un ferro arrugginito, quel suo freddo distacco: a Kazuki piaceva tutto di lui, desiderava ardentemente essere amato da lui. Cosa posso fare per piacergli?
“Diventa il mio papà!’"Kanamoto rimase profondamente colpito dal viso di Kazuki dal quale trapelava il candore dei suoi quattordici anni. È da tantissimo tempo che questo ragazzino è alla ricerca di un adulto che possa sostituire il padre e la madre. O forse un adulto che lo protegga amorevolmente con la sua mano calda e che lo accetti così come è senza mai tradirlo.
Mentre
lo seguiamo nei suoi lucidi e cinici ragionamenti assistiamo sconvolti a drammatici
episodi: vediamo il padre Yanamoto che umilia i dipendenti arrivando persino a pretendere il corpo
della figlia di uno dei suoi fedeli servitori; e poi sempre il padre picchiare la sorella
fino a mandarla in ospedale; e ancora… guardiamo una madre ferita abbandonare i figli perché convinta
che sia stato il denaro la causa del male piombato sulla famiglia alla nascita
del primogenito.
Kazuki
è schifato dagli uomini e arriva alla conclusione che l’unico linguaggio vincente sia quello
della forza e del potere.
Ha un disperato bisogno di affetto e di fiducia ma è destinato a non lasciarsi amare. La rabbia lo divora. È convinto di poter e dover comprare tutto: l’amicizia, la stima e l’amore. Non
concepisce concetti come la gratuità e la lealtà. Eppure vorrebbe una famiglia armoniosa tanto che sembra disposto a rifondarla ergendosi a capofamiglia e prendendosi cura a suo modo del fratello e della sorella più grandi di lui.
Questa
lettura è stata una doccia fredda.
Non
può lasciare indifferenti e più volte mi è capitato di ritornare con la mente a Kazuki anche
a libro chiuso. Il male genera male. E quando il male è compiuto da un bambino
fa ancora più male.
Di
nuovo le stesse conclusioni. Il mondo è un crocevia di culture diverse, di
luoghi differenti, di popoli con tradizioni proprie. Come quella giapponese, con il ramen, gli haiku, i suoi riti e i suoi miti.
Ma la legge universale dell’amore è la stessa, ovunque. Da Oriente a Occidente. Dalle favelas del Brasile ai rioni di Napoli alle periferie di Tokyo. Un essere umano privato dell'affetto e dell'amore è un’anima vuota, incapace di scegliere il bene e bisognosa allo stesso tempo di riempire quel vuoto cosmico che avverte dentro di sé.
Ma la legge universale dell’amore è la stessa, ovunque. Da Oriente a Occidente. Dalle favelas del Brasile ai rioni di Napoli alle periferie di Tokyo. Un essere umano privato dell'affetto e dell'amore è un’anima vuota, incapace di scegliere il bene e bisognosa allo stesso tempo di riempire quel vuoto cosmico che avverte dentro di sé.
Il
denaro, se eletto a unica ragione di vita, diventa liquido nero che permea i
luoghi lasciati vacanti fino ad invadere e avvelenare tutto lo spazio. È oro rapace
perché ghermisce il cuore e lo stritola.
Yu
Miri è molto brava nel dipingere l’angoscia profonda del ragazzino, popolata da
incubi e visioni allucinanti. Narra
la vicenda in terza persona ma spesso si cala nella testa dei personaggi e ne
offre il loro punto di vista. è esplicita e la sua scrittura si staglia nitida come se si stesse assistendo ad un thriller inquietante. Il lieto fine nemmeno contemplato.

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