lunedì 6 gennaio 2020

Il Simpatizzante - Appunti di una Lettrice

"Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse (...)"

L'incipit del romanzo anticipa il fil rouge dell'intera narrazione: la doppiezza.
Sottile ma innegabile. Chiara ma complessa. Benedizione e condanna.
L'eroe, che è al contempo un antieroe destinato al fallimento, è condannato sin dalla nascita ad avere due volti, due radici: è figlio di una giovane donna vietnamita e di un prete francese inviato nelle colonie orientali a predicare il Vangelo. Un meticcio sulla cui pelle brucerà sin dall'infanzia questa origine mista che lo farà sentire straniero in patria e all'estero.
Fervente sostenitore dell'ideale comunista che anima il Nord del Paese, vive a Saigon alle dipendenze del Generale, capo della Polizia Nazionale del Vietnam del Sud.
Uomo di fiducia e spia dei Vietcong che nell'aprile del 1975 sono ormai riusciti a stremare la controffensiva americana e si accingono a conquistare il potere.
Il protagonista, chiamato solo Capitano per tutta la durata del racconto, segue la famiglia del generale negli USA. A questo punto l'autore ci offre un'approfondito scorcio dell vita dei boat people, profughi di guerra costretti ad abbandonare la propria terra ed emigrare. L'incontro, o scontro, tra Oriente e Occidente.

"Molti di loro avevano comandato batterie di artiglieri o battaglioni di fanteria, ma ora non possedevano niente di più pericoloso del loro orgoglio, della loro alitosi e delle chiavi della macchina, sempre che ne avessero una.(...) Marcivano nell'aria stantia e polverosa degli appartamenti forniti dal governo, mentre i loro testicoli avizzivano ogni giorno di più, consumati dalla metastasi di un cancro che si chiamava assimilazione, e facili vittime dell'ipocondria dell'esilio. I figli non rispondevano nella loro lingua natia, ma in un idioma straniero che parlavano molto meglio dei rispettivi genitori. Quanto alle mogli erano state quasi tutte costrette a trovarsi un lavoro, e non avevano più niente in comune con i seducenti fiori di loto che i loro uomini ricordavano di aver conosciuto."

Tra le pagine del romanzo assistiamo anche ad un confronto, lucido e magistrale, tra l'ideale capitalista e quello comunista. Il punto di vista è apparentemente quello di un militante imbevuto di idee marxiste. Tuttavia è impossibile non cogliere la "simpatia" per parte della cultura americana, prima fra tutte per la musica e la letteratura. Così come è latente il dubbio per la fondatezza del proprio Credo politico.

"Noi marxisti crediamo che il capitalismo generi dal proprio interno le contraddizioni che porteranno al suo crollo, ma che questo accadrà solo se gli uomini decideranno di agire. Non era però solo il capitalismo a essere una fucina di contraddizioni. Come aveva detto Hegel la tragedia non era un conflitto tra bene e male ma tra due diversi tipi di bene, un dilemma al quale tutti noi che volevamo partecipare alla storia non potevamo sottrarci".

Il dilemma sul bene accompagna il lettore costantemente. Cosa è Bene? Uccidere il nemico è consentito? E se fosse innocente? Assistere ad un crimine rende complici? La rivoluzione può portare realmente ad un miglioramento sociale e a una liberazione o è un miraggio che, una volta raggiunto, mostra di nuovo il suo volto sanguinoso e oppressore?
Sono interrogativi che non trovano subito una risposta ma che delineano un'immagine della realtà ambivalente, ottenuta da un sapiente dosaggio di chiaroscuri.
La capacità del protagonista di cogliere due prospettive in antitesi diventa fonte inesauribile di scavo nella coscienza.
Anche tutti gli altri personaggi che costellano il testo sono tratteggiati magnificamente attraverso gesti, parole e una buona dose di ironia.

Ho amato questo romanzo dalle prime pagine e ho gustato a pieno la ricchezza delle tematiche e degli scenari proposti.
Così come ho adorato il finale di cui vi offro un piccolo e prezioso assaggio:

"se è vero che niente è più prezioso dell'indipendenza e della libertà, è altrettanto vero che di più prezioso dell'indipendenza e della libertà c'è il niente. I due slogan erano quasi identici ma solo in apparenza. Il primo era l'abito vuoto che Ho Chi Minh non indossava neanche più. Il secondo era un autentico sberleffo, un modo di prendere quell'abito vuoto e rivoltarlo, trasformandolo in una follia sartoriale che solo un uomo con due menti diverse, o un uomo senza faccia, poteva avere il coraggio di indossare (...) Avevo finito per comprendere come la nostra rivoluzione si fosse trasformata nell'avanguardia di un progetto politico in una retroguardia preoccupata solo di accumulare potere. In questo processo rappresentavamo più la regola che non l'eccezione".

Il niente è la risposta finale. In questo nichilismo apparentemente cosmico si intravede però l'unica vera speranza, il sentimento destinato a sopravvivere alla tragedia della Storia: l'Amicizia.
Sebbene venga messa a dura prova dagli eventi è ciò che tiene in vita il protagonista nei momenti più bui, che lo tiene a galla nella danza ambigua dei giorni.


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